Interview: The Verge Of Ruin – Learn To Love Solitude [Setola di Maiale]

 

Esce oggi 8 Gennaio 2018 il debutto discografico di The Verge of Ruin, progetto collaborativo dei Milanesi Shari DeLorian e Stefano De Ponti, edito da Setola di Maiale in formato CD ed acquistabile a questo link. Registrato in collaborazione con i musicisti Elia Moretti (percussioni), Eleonora Pellegrini (voci) e Giorgio Sancristoforo (elettroniche), Learn To Love Solitude raccoglie e confeziona un ampio periodo di lavoro in studio operato manipolando field recordings, una chitarra preparata, un violoncello, un granularizzator, un bottiglione di plastica da 10 litri e molto altro ancora. Il titolo dell’opera prima di TVOR viene direttamente da un frammento di un’intervista ad Andrej Tarkovskij estratta da ‘Un poeta nel Cinema‘ di Donatella Baglivo, nel quale al regista russo veniva chiesto un consiglio da poter elargire ai giovani d’oggi (era il 1984). Il risultato dell’interpretazione data dal tuo The Verge of Ruin a quelle pregnanti parole è ascoltabile interamente dal player qui sotto, nella forma di un’unica composizione della durata di oltre 20 minuti. Ad accompagnare l’ascolto, vi presentiamo la nostra intervista a Shari DeLorian e Stefano De Ponti realizzata pochi giorni fa. Buon ascolto!

 

 

Come riportato dagli stessi musicisti, il percorso di The Verge of Ruin inizia formalmente nel Dicembre 2015: identificato da un moniker che evoca immediatamente una posizione di instabilità e pericolosità imminente, TVOR è il riflesso diretto delle intenzioni artistiche del duo, il quale resta e vive calato nel presente ma è, allo stesso tempo, strettamente connesso con l’esperienza passata di maestri come Cage, Nono, Schaeffer, Xenakis e Scelsi. L’ambito di riferimento per Learn To Love Solitude è quello rappresentato dalle teorie e le pratiche proprie della musica concreta e acusmatica, esplorando inoltre territori prossimi all’elettronica d’avanguardia. In tal senso, Setola di Maiale, quel “laboratorio/archivio di libera coagulazione artistica che opera nella più totale libertà creativa e gestionale, il cui unico intento è documentare e diffondere musiche del nostro tempo“, rappresenta una delle migliori piattaforme a disposizione in Italia (ma non solo), sia in termini di professionalità che estetica musicale pubblicata, diffusa e supportata, a partire dal 1993.

Learn to love solitude… to be more alone with ourselves. The problem with young people is their carrying out noisy and aggressive action not to feel lonely; and this is a sad thing. The individual must learn to be own his own as a child, for this doesn’t mean to be lonely: it means not to get bored with oneself – which is a very dangerous symptom… almost a disease.

L’approccio compositivo che ha supportato Learn to Love Solitude, scevro di qualsiasi dogmatismo, ha portato il duo a muoversi tra sperimentazione radicale volta alla produzione di suono inteso come materia grezza da modellare, per arrivare allo sviluppo di concept pre-definiti mediante scrittura di partiture grafiche (talvolta accompagnate da materiali derivati da altri linguaggi artistici, principalmente visivi e letterari) poi elaborati in fase di registrazione ed elaborazione. Questa avviene per mezzo di cut-up, campionamenti, ricorrendo a field recordings, ed anche a strumenti classici (archi, cordofoni, fiati e percussioni), strumenti autocostruiti, voce, periferiche elettroniche e software di sintesi additiva, granulare e modale. Ne deriva uno stile difficilmente catalogabile che prende le distanze da classificazioni ed omologazioni di sorta, nel quale inoltre viene attribuito un ruolo centrale è la collaborazione con altri musicisti e artisti in genere. Vi lasciamo con la nostra breve intervista realizzata poco più di una settimana fa a Shari DeLorian, già uscito per Rexistenz e Black Leather Records, e Stefano De Ponti (Old Bicycle Records, Under My Bed Recordings, Many Feet Under, e molte altre). Buona lettura!

 

 

D: Ciao ragazzi, grazie per essere qui con noi oggi. Vorremmo iniziare dando una veloce occhiata al progetto TVOR: come, quando e dove è nato? Da dove proviene il nome che avete scelto? Da quando vi conoscevate prima di iniziare a collaborare? Avete fissato un obiettivo centrale da provare a raggiungere con questa collaborazione?

R: The Verge of Ruin è la conseguenza di incontro umano e artistico, che trae la sua forza da esperienze e formazioni personali sostanzialmente molto distanti, legate al tempo stesso da una visione comune che non separa la musica dalla poesia e la persona di musico da quella di poeta, attribuiti anticamente, e secondo la primitiva natura delle arti, indivisi e indivisibili. Questo comune sentire trova una giusta sintesi nella persona e nell’opera di Andrej Tarkovskij, anello di congiunzione dei nostri universi individuali, che attraverso la sua opera e la sua visione del mondo ci ha suggerito il nome che ora ci rappresenta e il titolo della nostra prima composizione Learn to Love Solitude.

D: Avete più volte fatto chiaro riferimento a pioneri e maestri come Cage, Nono, Schaeffer, Xenakis e Giacinto Scelsi. Ritenete il loro approccio alla composizione ed al suono possa essere considerato rilevante ancora oggi, e perchè? In che modo il vostro percorso si avvicina a quello dell’avanguardia del ‘900 e in che modo si discosta da esso? In base a quanto affermato nella descrizione del concept TVOR, siete “costantemente alla ricerca di nuove linee di fuga e in netto contrasto con l’oppressione creativa causata dal collasso mediatico contemporaneo“: mediante la vostra collaborazione cercate di fuggire dal suddetto collasso o, piuttosto, cercate nuovi modi per dominarlo?

R: Citando Berio: “Musica è tutto ciò che si ascolta con l’intenzione di ascoltare musica”. Partendo da questo assunto, rapportandolo al nostro momento storico in cui ascoltare e fare hanno spesso un significato coincidente (ci riferiamo ad esempio nella pratica del field recordings o ad azioni neo-situazioniste tornate fortemente in auge), troviamo che “intenzione” sia una parola chiave per identificare un’attitudine a-temporale e scevra da qualsiasi logica commerciale, che non solo non può mancare in un artista oggi, ma deve essere riconoscibile attraverso la sua opera. L’intenzione è una delle qualità che fa da comune denominatore tra i compositori e i musicisti da voi citati e a cui noi tra gli altri facciamo riferimento. Il loro operato rimane quindi per noi più che rilevante oggi, non solo in termini strettamente musicali ma sicuramente anche filosofici, etici e morali. In questo senso sentiamo il nostro percorso molto vicino al loro, cercando però di evitare un’impossibile quanto infruttuosa emulazione e definendo pratiche di lavoro personali. Questo risulta essere oggi particolarmente difficile, poiché il collasso mediatico e pseudo sociale a cui siamo sottoposti ci rende confusi e poco disciplinati. Consumiamo ipotetici presenti illudendoci di viverli e questo sottrae energia, tempo e spazio ai processi interiori. Ogni artista subisce l’influenza della sua epoca, a ad essa non vi si può sottrarre.

 

 

D: Arriviamo ora a Learn to Love Solitude, il vostro album di debutto su Setola di Maiale che esce oggi stesso, il cui nome, come anticipato, si riferisce ad un estratto di un intervista ad Andrej Tarkovskij fatta nel 1984 da Donatella Baglivo. Risulta immediato, anche grazie alle vostre risposte precedenti e alle vostre pubblicazioni ad oggi, l’impatto esercitato su di voi da diverse figure artistiche del ‘900. Quale registra, fotografo, artista visuale, ecc ecc sentite di poter includere nel vostro insieme di influenze?

R: Evitando nomi blasonati e inarrivabili, sinceramente in questo momento vorremmo essere scelti e non scegliere. Questo non per un atto di presunzione, ma principalmente per una difficoltà oggettiva di selezione da parte nostra. Siamo convinti che il mondo sonoro che abbiamo definito con questo primo Ep abbia una forte componente immaginifica che non si riconduce a qualcosa di chiuso e definito ma che anzi, apra a diverse interpretazioni visive. Aspettiamo quindi di vedere ciò che l’opera potrà restituirci in questo senso e se accadrà.

D: Quando avete iniziato a lavorare e raccogliere materiale per il vostro primo lavoro? Quanto tempo vi ha preso? Avete riscontrato particolari difficoltà nel processo? Da quante ore di materiale è stata estratta la composizione finale di 21 minuti?

R: Con il nome Forking Paths e avvalendosi della collaborazione alle visual di Yolenth Van Der Hoogen, una prima stesura grezza di Learn to Love Solitude della durata di circa 50′ è stata presentata tra il 2015 e il 2016 in forma di live performance a Venezia e Milano e come installazione a Berlino e Amsterdam. Queste fondamentali esperienze hanno consolidato il nostro metodo di lavoro e il nostro processo creativo, rivelatosi più volte faticoso, tormentato e per questo vivo, permettendoci nel tempo di trovare la direzione più giusta per dare forma compiuta all’opera.

D: Avete piani per il 2018 che potete rivelarci? Continuerete a collaborare con l’artista Van den Hoogen? Come descrivereste l’esperienza TVOR live per l’ascoltatore? Quale pensate possa essere il set up ideale per ospitare una vostra performance (house concert, teatro, galleria, …)?

R: Troviamo nella ripetizione una forma di paralisi. Per noi è vitale metterci sempre alla prova trovando nuove possibilità di confronto e collaborazione. Al momento stiamo valutando proposte di residenze condivise con altri artisti, così da poter sviluppare e presentare nuovo materiale. È tutto in fieri e nell’attesa aspettiamo di ricevere i primi riscontri dopo l’uscita ufficiale del disco.

Segui The Verge Of Ruin a questo, questo e quest’altro link. Ordina la tua copia di Learn to Love Solitude qui.


[ENG]

From the statement of the duo: “The Verge of Ruin is a research in sound and poetry that started in December 2015 by Stefano de Ponti and Shari DeLorian, in Milan. A view that lives in the present and at the same time is strongly connected with several guides and experiences out of the past. Constantly looking for new vanishing points and responding to creative impossibility which are caused by contemporary collapses of media. The framework referred to, is the one drawn by concrete music and acousmatic art of the XIX Century, in particular with references to Cage, Nono, Schaeffer, Xenakis and Scelsi, to reach electroacoustic and avant-garde shores. The approach in composition is highly free and deprived from dogmatisms: from radical experimentation to sound research and sound production, meant as rough matter to be modelled and equipped with a sense. A pre-defined conceptual development through graphic scores, writing and organized materials coming from other artistic languages, like visual arts and literature. All these elements give life to a ‘style’ that dissociates itself from standard classifications and labeling. Collaboration with other artists and musicians is crucial“.

 

 

Q: Hi guys, thanks for being here with us today. Let’s start with a quick overview to The Verge of Ruin project: how, when and where was it born? Where does the name come from? How long have you been knowing each other before start working together? What’s your main goal here (if there’s any)?

A: The Verge of Ruin is the consequence of a human and artistic encounter, which draws its strength from personal experiences that are substantially distant, but which are at the same time linked by a common vision that does not separate music from poetry and the person of music from that of the poet, as attributed in ancient times – and according to the primitive nature of the arts, undivided and indivisible. This common feeling finds a correct synthesis in the person and in the work of the Andrej Tarkovskij, who is the very link between our own individual universes and also the one who, through his lifetime work, inspired us choosing the name we go by and best represents us, together with the title of our first composition Learn to Love Solitude.

Q: You reportedly stated the framework The Verge of Ruin refers to is the one drawn by concrete, acoustmatic music by Cage, Nono, Schaeffer, Xenakis and Scelsi. Do you feel their pioneering approach to sound and composition is still relevant today and why? How does your path to reach electroacoustic and avant-garde shores differ from theirs and how is it similar? As stated, you are constantly looking for new vanishing points and responding to creative impossibility caused by contemporary collapses of media: is TVOR an attempt to evade from it or rather a way to tame it?

A: Quoting Berio: “Music is all that is heard with the intention of listening to music“. Starting from this assumption, in a historical moment in which listening and acting often have a coincidental meaning (we refer, for example, to the practice of field recordings or to some neo-situazioniste performances that strongly came back), we find that “Intention” is a key word for identifying an attitude which is both a-temporal and free from any commercial logic. An attitude we feel can’t but be present in the artist today, and it also must be recognizable through his work. In this sense, the intention is one of the qualities that figures as the common denominator between the composers and the musicians that you mention and us. Their work remains more than relevant today, not in strictly musical terms only but certainly also in philosophical, ethical and moral ways. From this point of view we feel our path very close to them, but at the same time we try to avoid an impossible and unsuccessful emulation, trying to define our own work practices. This turns out to be particularly difficult today because of the “mediatic” and “social collapse” to which we are subjected, making us confused and little disciplined. Every artist undergoes the influence of his time, and ther’s nothing you can do about it.

Q: Let’s now come to ‘Learn to Love Solitude’, your debut album out on Setola di Maiale January the 8th. The 21-minutes long suite is reportedly inspired by Andrej Tarkovskij’s answer to one of the questions asked him in the ‘Un poeta nel Cinema‘ 1984 documentary by Donatella Baglivo, ‘What would you like to tell young people?’. Also, Stefano’s been long-time working on blurring the boundary between hearing and seeing languages. To which director, photographer, visual artist or any other would you extend your set of references for the TVOR project?

A: To be honest, avoiding notorious and praised names, at this moment we’d truly like to be chosen, and not to choose. This is not for an act of presumption, but mainly for an objective difficulty on our part to pick up someone more meaningful to us than others. We are convinced the soundscape we defined with this first record has a strong imaginative component that does not refer to something defined but rather, opens up to different visual interpretations. So, we are waiting to see what it’ll be able to give us back.

 

 

Q: When did you started working on it and how much did it take you to complete it? Any particular difficulties in the process? How many hours of material you extracted the 21 minutes from?

A: Under the name of Forking Paths and collaborating with Yolenth Van Der Hoogen for the visual part, a roughly 50 minutes’ raw draft of Learn to Love Solitude was presented between 2015 and 2016 in the form of live performances in Venilearce and Milan and also as an installation in Berlin and Amsterdam. These fundamental experiences consolidated our working method and our creative process, which has many times proven to be difficult and tormented – and yet, for this very reason, alive – allowing usto find in time the right direction to take this first step to.

Q: Do you have plans for 2018 you can reveal yet? Is van den Hoogen going to be performing with you guys or was it a one-time collaboration? How would you describe your live set experience to the listener? What would your ideal set up be (house concert, theatre, art exhibit, …)?

A: We find in repetition a form of paralysis. It is vital for us to try to always put ourselves under test by finding new possibilities for comparison and collaboration. At the moment we are evaluating proposals for residences shared with other artists scheduled for the next spring, so that we can develop and present new material. It’s a work-in-progess situation, at the moment we’re just gonna wait and draw our conclusions based on the feedback we will receive about the album.

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Born in Brescia, Italy in 1989, after his Master Degree in Engineering for Comm. Technologies & Multimedia he moved to Turin where he currently lives and pursues his PhD. Among his interests: new technologies, music as unbiased form of social/cultural expression, Guy Picciotto.

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Andrea Migliorati

Born in Brescia, Italy in 1989, after his Master Degree in Engineering for Comm. Technologies & Multimedia he moved to Turin where he currently lives and pursues his PhD. Among his interests: new technologies, music as unbiased form of social/cultural expression, Guy Picciotto.