PORTRAIT#6: Valerio Cosi [Dreamsheep]

6-2valeriocosi-3000Artwork di Cristina Ruggieri

Ritorna l’appuntamento mensile con la serie PORTRAITS (che ad onor del vero si era presa una pausa per il mese di Agosto, complici le vacanze estive), ovvero il nostro format dedicato all’approfondimento, sottoforma di intervista restrospettiva + mixato registrato dal musicista, dell’attività di artisti italiani e non che ci hanno particolarmente colpito grazie alla loro prolungata carriera negli anni. Oggi è il turno di Valerio Cosi, nato nel 1985 a Taranto e ora di stanza a Berlino: artista poliedrico, sassofonista e più in generale poli-strumentista, il cui lavoro incorpora elementi di musica elettronica, jazz free-form, krautrock e psichedelia, ed è arrivato ad elaborare una netta ed interessante visione della musica come espressione personale.

L’intervista che abbiamo chiesto a Valerio ripercorre quasi tutta la sua vastissima produzione artistica – dalla sua label Dreamsheep, alle sue collaborazioni con Fabio Orsi, fino agli ultimi dischi “Plays Popol Vuh” e “Sounds For Vajont” – e ci ha fatto capire meglio le origini, il percorso e le idee di uno dei musicisti più intriganti in Italia dello scorso decennio. Qui di seguito è possibile ascoltare il mix registrato per noi da Valerio, direttamente dal nostro canale mixcloud, il quale include anche una traccia in anteprima esclusiva [come avrete modo di leggere direttamente nelle risposte]. Per la tracklist, rimandiamo alla chiusura dell’articolo. Enjoy!


D: Ciao Valerio, grazie del tuo tempo. Prima di iniziare ti chiediamo di raccontarci un po’ il tuo mix: un’introduzione all’ascolto alla tua idea di PORTRAIT, insomma. Perché hai scelto questi pezzi? Il mix contiene anche un tuo inedito, ce ne vuoi parlare?

R: E’ materiale che riascolto spesso quando mi sposto in città o quando non lavoro al mio materiale, ho deciso di metterci dentro “Ghost” che uscirà presto per una compilation su COMMUNION in LP. E’ un brano molto carico ed insolito. Dentro il mixtape ci trovate un po’ di tutto: i Wang Chung che fanno la colonna sonora ad uno dei miei film preferiti (“To Live And Die In L.A.”), Aquarian Foundation, Petit Singe, Actress, Boothroyd, Joanna Brouk, ecc… Non manca Neil Young (il mio primo amore) e c’è perfino del metal insolito (Liturgy).

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“Ghost” is a new track of mine, available soon through Communion on a special vinyl LP compilation (called “Interdimensional Folklore”) [via]

D:  Come prima cosa, vorremo parlare con te di tempo. Nelle tue ultime uscite discografiche (“Plays Popol Vuh” e “Sounds for Vajont”) abbiamo notato un interessante dialogo della tua musica con il passato: da una parte con la storia della musica, dall’altra con la Storia e basta. È interessante però sentire come il tuo approccio al passato, in questi due dischi, non sia mai revisionista o “facilone”. Nel caso dei Popol Vuh l’omaggio è, nei fatti, uno stravolgimento dei pezzi originali, o meglio ancora un tradimento dell’oggetto originale, che, tradito – cioè tramandato – viene filtrato attraverso la tua sensibilità e dunque per forza di cose deformato, così da poter vivere ed aver senso nel presente. Era questa l’intenzione originale dietro quel disco? E qual’è il tuo rapporto con il passato, nella tua musica, nella tua vita e in generale?

R: Direi di sì, il titolo è particolarmente fuorviante in questo caso. Delle melodie originali e delle textures non è rimasto granchè nel mio album, mi sono preso il lusso di adottare un sample molto corto dalla band e poi null’altro. Sono veramente terrorizzato dal revisionismo e dalla ripetizione delle formule. Penso che “Plays Popol Vuh” sia un album piuttosto rock, volevo che al suo interno coesistessero due anime: una profondamente aggressiva e psichedelica, l’altra elettronica ed emotiva. Ci sono brani che a loro modo preservano una vera e propria forma canzone (anche se con un cantato ridotto all’osso, come in “Train Through Time”) e potrebbe benissimo riallacciarsi idealmente al mio album su Digitalis del 2008. Per diverso tempo, mi sono divertito molto nel creare queste pseudo-citazioni, servono più che altro ad ingannare all’ascoltatore per poi dirgli “guarda che ti sto portando in un posto completamente diverso, allacciati le cinture di sicurezza”. Ad ogni modo, sento di aver già battuto queste strade e di non ripetermi più in futuro, proprio in virtù del fatto che odio ripetermi in musica.  Non mi piace perfino l’idea di suonare gli stessi strumenti in tutti i miei brani. Nella mia musica, il passato è stato un espediente divertente che mi ha probabilmente guidato nel ricreare qualcosa che suonasse fresco e diverso da molti altri producer… non è affatto una mia ossessione.

D: Che non fosse una tua ossessione, avendo anche letto qualche altra intervista, ne eravamo praticamente certi. Ci interessa invece sapere del passato come espediente per creare qualcosa di nuovo. Anticipi inoltre una nostra domanda sulla strumentazione: in questi ultimi due dischi è possibile notare la quasi totale assenza (o drastica riduzione) del sassofono. Ti sei stufato dello strumento o non era semplicemente necessario in quei casi?

R: Sì, devo dire che mi sono divertito molto a ricreare delle suggestioni prese da altri generi musicali come il krautrock, la musica minimalista ed il free-jazz… unire queste cose anni fa non è stato semplice, soprattutto perchè volevo che la musica suonasse esattamente come ce l’avevo in testa. Non amo riascoltarmi perchè tendo sempre a pensare “oh cavolo, qui c’è qualcosa che non va bene, qui avrei potuto fare questo o quello…” anche se penso che la mia non sia stata una semplice accozzaglia di stili, è una contaminazione piuttosto etereogenea. Molta gente l’ha definita perfino “schizofrenica“, ma non sono particolarmente d’accordo con questa definizione. E’ vero circa il sassofono, devo dire che negli anni mi sono ritrovato a combattere spesso con gente che mi vedeva più come un jazzista prestato a delle sonorità elettroniche, mentre è esattamente il contrario… nel senso che nasco come musicista elettronico e dentro la mia musica ci finisce un po’ tutto quello che ho in testa a livello di suoni e di linguaggi musicali.

Nel caso di “Plays Popol Vuh” ci tenevo molto a mettere in luce altre mie capacità, credo che il mio piatto forte sia far suonare i brani come se ci fosse dietro una band intera a suonarli. La realtà è che sono cresciuto nei primi anni delle superiori e delle medie suggestionato dalla musica di Prince, Bowie e la new wave e poi scoprì l’industrial grazie al mio bidello del liceo (Throbbing Gristle, Can, Orbital, ecc.) che mi duplicava regolarmente nastri dalla sua sterminata collezione di dischi. Le mie prime cose sono molto elettroniche e totalmente prive di sax, ho da poco pubblicato in digitale su Bandcamp una piccola compilation di questi brani che si chiama Early Archives: prendevo spunto da tutta la musica anni Novanta che mi capitò sotto tiro all’inizio del Duemila e sul finire dei Novanta, ero davvero un adolescente e quei brani restano comunque degli esperimenti piuttosto primitivi ma interessanti. Prima o poi farò un album di solo sax, ho già fatto qualcosa di simile in alcuni brani e c’è già gente come Crude o Colin Stetson che hanno ampiamente esplorato questa dimensione.

D: Chissà allora senza quel bidello dove saresti ora! Com’era quindi il Valerio Cosi adolescente che si affacciava per la prima volta alla produzione della sua musica? Ricordi le prime esperienze? O i dischi o i concerti che in qualche modo hanno cambiato il tuo modo di fare o vedere la musica? Inoltre, riesci a vedere – se c’è – il fil rouge che attraversa tutta la tua produzione e la tua idea di musica? Qual’è? Insomma, c’è una qualche costante che cerchi nella tua musica? Ovviamente non parliamo di generi o strumenti, ma alludiamo magari a un’idea, un’estetica.

R: In effetti me lo chiedo spesso, ad un certo punto non rientravo più in classe perchè passavo più tempo con lui nei corridoi del liceo artistico, a spulciare i suoi cataloghi di vinili battuti a macchina da scrivere e fotocopiati. In quegli anni, nella provincia di Taranto, non c’era quel facile accesso alla musica underground che oggi conosciamo grazie alla rete, il modello imperante era MTV e le radio e dovevi andare a beccare gente curiosa che poteva farti ascoltare qualcosa di nuovo, ma era decisamente difficile. Ricordo un tape recorder reel-to-reel, un DAT recorder che mio padre usava nelle industrie per rilevare fonti di inquinamento acustico ed un Korg Trinity… usavo un PC con il quale poi assemblavo vari samples registrati e presi dalla rete su Soundforge e Cool Edit e cercavo di fare la mia musica, le mie primissime cose. Avevo 15 anni. Non ricordo moltissimi concerti, ricordo però di aver visto Bowie nel 1997 a Pistoia… fu indimenticabile.

Non saprei circa il fil rouge, credo che moltissime cose siano cambiate dal periodo in cui iniziai a registrare le mie primissime cose, in quegli anni ero molto suggestionato da roba come i Future Sound Of London, gli Orbital e l’elettronica anni Novanta. Ricordo ancora quella notte in cui vidi per la prima volta il videoclip di “Snake Hips” dei Future Sound Of London su Videomusic, mi cambiò totalmente la vita. Era una dimensione nuovissima ed inspiegabilmente eccitante. Nel tempo è arrivato il jazz ed il rock psichedelico, che scoprivo grazie alla rete, e da lì probabilmente l’idea di fondere queste dimensioni.

D: Qual’è la visione dell’elettronica? Uno strumento che ti permette di fare – e di sdoppiarti – il più possibile, magari anche dal vivo, facendoti rimanere però l’unico in controllo di tutto, oppure un linguaggio in grado di ricreare più mondi? Quali sono le produzioni in questo campo che ti hanno particolarmente colpito di recente?

R: Penso sia entrambe le cose, per quanto mi riguarda è così… le possibilità sono infinite. Ultimamente ascolto diverse cose, mi piace molto l’ultimo album dei Liturgy (“The Ark Work”), mi ricorda un po’ “Plays Popol Vuh” nelle intenzioni. Generalmente quando non faccio musica, ascolto spesso cose di Actress, Arca, Muslimgauze, Tim Hecker (il suo live show a Berlino è stato memorabile), Hieroglyphic Being, Flying Lotus ed alcuni vecchi album jazz e 78 giri restaurati dalla Canary Records… ci sono dei producer straordinari al momento in circolazione, anche in Italia. Ad esempio, c’è una ragazza italiana che penso sia favolosa e si chiama Petit Singe, il suo album “Tregua” mi ha affascinato molto ed aspetto il suo nuovo lavoro su Haunter Records.

D: Una delle tue opere più imponenti e affascinanti è Freedom Meditation Music, uscita in tre volumi (I, II e III) nel 2007. Ci racconti un po’ come è nato quel progetto? Perché una trilogia? E in che senso “libertà” e “meditazione”?

R: Quei tre album sono il sunto di quello di cui cercavo di parlarti prima, cercavo un mix insolito tra jazz, musica elettronica ed altre cose che ascoltavo in quel periodo. Alcune cose riascoltate adesso mi sembrano davvero venire fuori da un altra dimensione spazio-temporale, ovviamente differente da quella in cui mi trovo ora… ed è una stranissima sensazione. Realizzai 2 ore e mezza di musica che furono poi stampate in 3 CD su 3 label diverse, la musica risale perlopiù al 2006 (avevo 21 anni). Per quanto riguarda il titolo penso voglia dire qualcosa tipo “musica pensosa e realizzata in completa libertà espressiva“.

D: C’è tanto, della musica che hai realizzato in passato, che non senti più allineato con quello che sei oggi? Quali sono i progetti, i dischi, sia realizzati in solo che in collaborazione con altri, a cui tieni di più?

R: Sì, devo dire che è così. Mi piace moltissimo un album che realizzai con un musicista di Hong Kong che si chiama Wilson Lee, adoro quelle chitarre e poi il nostro è stato un legame epistolare molto bello. E’ un lavoro che è passato inosservato ma lo ristamperò in digitale/remasterizzato sulla mia Dreamsheep a breve. Solitamente gli altri sono molto attratti da cose che non riascolto quasi mai.

D: Avevamo già fatto questo giochino a Mark Wastell, fondatore dell’etichetta inglese Confront Recordings, e ci sembra interessante proporlo anche a te: se dovessi scegliere una parola che definisca ogni tuo disco, quali parole diresti?

R: Direi che il primo = acerbo.
“And The Spiritual Committee” = riuscito.
“Freedom Meditation Music Vol. I-III” = indulgente.
“Heavy Electronic Pacific Rock” = cerebrale ed ambizioso.
“Plays Popol Vuh” = coraggioso.
Ho volutamente saltato molte altre cose, come vedi la mia autocritica è spietata.

D: Come già accennavi prima, recentemente hai riportato in attività la tua etichetta Dreamsheep. Ci vuoi raccontare come è nata l’idea o la necessità di crearne una tua – nonostante le tue pubblicazioni siano spesso uscite su label di un certo spessore – e come mai si è fermata per un po’ di anni? Da quanto abbiamo capito, inoltre, ora l’etichetta sarà dedicata solamente più a pubblicazioni a tuo nome. Come mai questa scelta? In passato come sceglievi chi pubblicare e qual’era la portata che volevi dare alla tua etichetta? Qualche aneddoto sul catalogo Dreamsheep?

R: L’idea della label è nata nel 2008 ed avevo voglia di far emergere della musica che io reputavo particolare ed interessante. I primi album che feci uscire sono il doppio di Hexlove (Zac Nelson, che aveva fatto uscire precedentemente dei lavori bellissimi sulla Holy Mountain di John Whitson e con Zac Hill dei Death Grips), un album di Ajilvsga (un duo drone-black metal con dentro Brad Rose e Nathan Young) ed il jazz finnico dei Black Motor (dei quali avevo ascoltato un bel vinile su QBICO tempo prima). Tutte edizioni in CD. Feci anche edizioni limitate di C. Spencer Yeh con i Wasteland Jazz Unit e Ryan Jewell, Klangmutationen, ecc. Avevo in programma diverse altre uscite, di band emergenti come gli Afternoon Brother (che trovavo straordinari), Los Webelos, Chant Oh’s, ecc… purtroppo questi ultimi non vennero mai più alla luce su Dreamsheep.

La mia estetica era molto variegata, con focus particolare sull’art rock ed contaminazioni con il jazz… mi piaceva molto la musica di Hexlove e avremmo dovuto far uscire molte altre cose sue. Smisi con la label e con la mia musica per un po’ di anni fino al 2014, non trovavo più il mordente per andare avanti ed ho fatto scelte assai radicali in quel periodo. Non navigavo affatto in cattive acque, al contrario andava tutto piuttosto bene… ebbi la sensazione che il triennio 2006-2008 mi stesse un po’ intossicando l’esistenza ed affaticando mentalmente e decisi che un netto allontanamento dalla dimensione musicale mi avrebbe fatto bene (scelta totalmente erronea). Attualmente, Dreamsheep si sta dedicando a ristampe in formato digitale di alcuni miei vecchi lavori su altre label dello scorso decennio e sicuramente si rifarà viva in futuro con qualcosa di mio in formato LP: preferisco che Dreamsheep ora si dedichi esclusivamente alla mia musica soprattutto per dare più rilevanza a diverse cose che feci in passato.

D: Qual’è il tuo rapporto con la tua terra natia, la Puglia? Ha influenzato in qualche modo la tua musica? Se si, come?

R: Il mio rapporto con la Puglia adesso è cambiato, vivo in pianta stabile qui a Berlino dal 2016. Non so quanto la mia terra sia stata rilevante in termini di ispirazione artistica e musicale, c’è da dire che negli anni mi sono creato una mia realtà dal nulla e per giunta in una terra che non offriva quasi nulla in termini di scene musicali che potessero davvero spingermi od interessarmi più da vicino. C’erano molte band punk/hardcore quando io ero ragazzino, ma nessun musicista elettronico o band acts tali. Sono cresciuto quindi in un modo piuttosto atipico rispetto ad altri artisti musicisti, c’è stato molto “escapismo” in ciò che facevo (se così si può dire). L’unico lavoro dedicato alla mia terra è quello con Fabio Orsi e si chiama “We Could For Hours”, risale a circa dieci anni fa. Adoro la Puglia, in tutti i suoi enormi pregi e difetti.

D: Eravamo interessati al tuo rapporto con la Puglia perché quello che ci piace di buona parte della tua musica è che – almeno alle nostre orecchie – cerca sempre di creare un altrove, un luogo “altro” in cui svilupparsi e portare l’ascoltatore. Verrebbe da chiamarla spiritualità, senza accezioni pacchiane del termine. Cosa ne pensi? Ti lasciamo con quest’ultima curiosità, grazie ancora e a presto!

R: Non so dirti circa la “spiritualità”, ne sento parlare spesso in riferimento alla mia musica e non ne ho la benchè minima idea… Mi fa ad ogni modo piacere. Non sono mai stato molto suggestionato dal mio territorio ad essere onesto e qui potrei ricollegarmi benissimo alla risposta che ti ho dato precedentemente (se escludiamo alcune cose che ho fatto con Fabio Orsi). So per certo di aver avuto delle produzioni di musica elettronica slegate dal contesto dancefloor, mi sono più ricongiunto ad altri ambiti come il free-jazz, la psichedelia in diverse sue sfaccettature, le produzioni più ambient, ecc… Mi piace proporre qualcosa che non suoni come tante altre cose che ascolto in giro, cerco sempre di pensare un prodotto musicale forte ed a suo modo originale, eclettico. Aver inserito il sax come elemento centrale in molte mie composizioni mi ha soprattutto portato attenzioni e soddisfazioni da ogni dove. Grazie a voi per lo spazio, alla prossima!


TRACKLIST

  1. Neil Young & Crazy Horse – Fuckin’ Up (1990, Reprise CD)
  2. Wang Chung – City Of Angels (1985-’96, Geffen CD)
  3. Roly Porter – In System (2016, Tri Angle CD)
  4. Actress – Maze (2010, Honest Jon’s CD)
  5. Aquarian Foundation – Caravan Of Dreams (2013, Going Good LP)
  6. Adult Jazz – (Cry For Time Off) (2016, Tri Angle CD)
  7. Liturgy – Reign Array (2015, Thrill Jockey CD)
  8. Toxe – Determina (2016, Staycore DIGITAL)
  9. Joanna Brouk – Atavesta (2016, Numero Group 2xCD)
  10. Gigi Masin – Tears Of A Clown (1988-2016, Suburbia CD)
  11. Arca – Gratitud (2015, Mute CD)
  12. Laurel Halo – Hour Logic (2009, Hippos In Tanks DIGITAL)
  13. Boothroyd – Colony (2014, Tri Angle LP)
  14. Valerio Cosi – Ghost (2016, Communion LP – forthcoming)
  15. Sugai Ken – Utsuo No Maigiri (2016, Lullabies For Insomniacs LP)
  16. Petit Singe – Metra (2014, Haunter CS)
  17. Neil Young & Crazy Horse – Everybody Knows This Is Nowhere (1969-2009, Reprise HDCD)

 

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Born in 1990 in Bra (CN), he’s interested in music and books. His most recurrent problem is boredom, but he’s usually (very) ok. He doesn’t really know what to say in these descriptions, in which he should pretend to be someone else and, mostly, to be intelligent, interesting and good at something.

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Andrea Dellapiana

Born in 1990 in Bra (CN), he's interested in music and books. His most recurrent problem is boredom, but he's usually (very) ok. He doesn't really know what to say in these descriptions, in which he should pretend to be someone else and, mostly, to be intelligent, interesting and good at something.

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