Un disco per decennio scelto dai Father Murphy [1961-2011]

[Croce Promo Pic, via]

E’ con immenso onore che siamo lieti di ospitare oggi sulle nostre pagine un contributo esclusivo scritto dalla band Father Murphy, i quali hanno selezionato un disco cruciale per decennio, dal 1961-1970 ad oggi, in termini di impatto sull’evoluzione del loro suono e della loro visione ed attitudine verso la Musica. Quale preparazione migliore per entrare nel clima della Santa Pasqua?

Father Murphy is the sound of the Catholic sense of Guilt. A downward spiral aiming at the bottom of the hollow, and then digging even deeper.

I Father Murphy sono un gruppo con base a Treviso (da poco rilocato a Torino) protagonista indiscusso del sempre ribollente calderone musicale ai tempi definito Italian Occult Psychedelia da Antonio Ciarletta su un numero di Blow Up – era il Gennaio del 2012. Per un ulteriore approfondimento, rimandiamo ad un celebre post sul blog personale di Simon Reynolds, in cui il blasonato critico descrive il fenomeno nostrano riportando passaggi di una sua conversazione con Valerio Mattioli (Heroin In Tahiti, La Repubblica, Prismo).La band, ora composta da Reverend Freddie Murphy e Chiara Lee – dopo l’uscita di scena di Vicar Vittorio -, è reduce da un anno a dir poco felice. Il 2015 infatti ha visto la pubblicazione della Trilogia della Croce composta dalla tape Calvary, dal full-length Croce ed il 10” Lamentations (del quale consigliamo in particolare questa recensione), e dell’ulteriore consolidamento del rapporto artistico ed umano con Luca Dipierro, con il quale nei mesi finali dell’anno hanno portato in Italia (Milano, Torino, Bologna, Udine, Perugia) lo show Paper Circus, già acclamato nel 2014 / primo 2015 durante il tour negli States.Ad uno di questi show, in particolare a quello di Torino per Superbudda di fine Dicembre assieme a Fabrizio Modenese Palumbo e Paul Beauchamp, eravamo presenti con la nostra videocamera ed abbiamo realizzato tre brevi takes, visionabili qui sotto dal nostro canale YouTube Paynomindtous:: Live (per il resto della serata invece, clickare qui). Buona visione.

Qui di seguito potete trovare una nostra personalissima discografia raccomandata dei Father Murphy, composta da 6 dischi essenziali, a partire dalla psichedelia rock/cabaret di Six Musicians Getting Unknown [Madcap Collective, 2005], passando per due degli EP manifesto per l’evoluzione del loro stile emotivamente devastante (ovvero No Room For The Weak, 2010 e Pain Is On Our Side Now, 2014 per Boring Machines), fino alla Trilogia della Croce menzionata precedentemente. Ogni immagine manda allo streaming completo delle release attraverso i canali della band.

Succesivamente, è possibile trovare il contributo vero e proprio dei Father Murphy, di cui presentiamo inalterata ogni parola così come ci è stata inviata. Anche in questo caso, clickare sulle artwork dei dischi scelti porta allo streaming degli stessi. Buona lettura!


DISCOGRAFIA CONSIGLIATA

(clickare sulle immagini per ascoltare le releases)


“Un disco per decade, a partire dagli anni ’60. Abbiamo in realtà scoperto da poco Arvo Part, e la sua prima composizione accreditata è del ’60, quindi potrebbe anche starci per la decade ’51-’60, ma preferiamo partire dai 60, per sapere di più di cosa stiamo parlando.”


SELEZIONE 1961-2011

[Clickare sulle immagini per lo stream del disco di ogni decade]


1961-1970: Syd Barrett – Barrett [1970, Harvest]

Che dire, tutto parte da Barrett. Nonostante alcune canzoni dei Beatles siano tra le nostre canzoni preferite di sempre, nonostante l’amore per i primi due album dei Velvet Underground, o per certe atmosfere dei Doors…nonostante tutto, per noi, tutto parte da Barrett. E non tanto dai suoi Pink Floyd, per carità il primo album ha un che di geniale, come i singoli ad anticiparlo e qualche altro pezzo qui e lì… ma sarà che sappiamo a cosa hanno poi dato il là, o semplicemente per una questione di gusto, il materiale solista di Barrett è altra cosa. E’ una vera e propria rivelazione. Sincero, diretto, senza alcuna sovrastruttura, scegliamo il secondo album, perchè ha pezzi come Dominoes, ad esempio. La sua voce è uno strumento, un media che cerca di rivelare qualcosa. Riesce ad astrarre sè stesso dalla realtà circostante, ma contemporaneamente ne è dentro fino al collo: la solennità del tempo che passa, e la disillusione, scandite da una partita a Domino. Generalmente in un artista cerchiamo una visione, la capacità di astrarsi, di vedere la ”big picture”. Non con Barrett. Il suo è stato un aprire la porta della sua mente, dandoci la possibilità di trasferirvici, sedendoci in un angolo, silenziosi, ad ascoltare i suoi suoni.

1971-1980: Joy Division, Closer [1980, Factory]

Un salto di dieci anni. Abbiamo iniziato ascoltando Unknown Pleasures, penso fosse fine 2007, inizio 2008. Closer è arrivato invece solo un paio di anni fa. E’ entrato in circolo lentamente, poi non è più uscito. E’ un album lucido, ci ricorda in qualche modo la freddezza di Burroughs: questo disco è a suo modo un Pasto Nudo. Freddo magari, ma mai distaccato. C’è consapevolezza, la voce si incastra meravigliosamente nella scrittura dei pezzi, Curtis sembra un Morrison disincantato. E 24 hours è uno dei nostri pezzi preferiti di sempre, una progressione inesorabile e funerea.

1981-1990: This Heat, Deceit [1981, Rough Trade]

Passa un solo anno, cambia decade, ed ecco un’altra scoperta per noi avvenuta ben tardi. I This Heat confezionano un album meraviglioso, si confrontano uscendone da Dio con la forma canzone, le melodie non ti escono più dalla testa, le voci sono da pelle d’oca. Eravamo piccoli forse negli anni ’80, ma ricordiamo la claustrofobia post-Chernobyl e l’ansia atomica, e in questo disco quelle atmosfere sono cristalizzate perfettamente. Adoriamo il modo in cui è registrato, come alcuni pezzi siano effettati nella loro interezza, in post, come fossero un unico strumento, ed anche il fatto che la tracklist sia semplicemente perfetta. Ispirati da Deceit abbiamo deciso che avremo sempre utilizzato il concept album come format, in modo che l’ascoltatore sia sempre portato (vorrei dire quasi costretto) ad ascoltare il lavoro nella sua interezza, e con l’ordine delle tracce stabilito dalla band.

1991-2000: Nirvana, In Utero [1993, Sub Pop / Geffen]

Ho visto [Federico / The Reverend] i Nirvana a Milano nel 1994, a febbraio. Avevo 16 anni. Per convincere i miei ad andare al concerto ho fatto veder loro l’unplugged dicendo: “Visto? Ci sono persino i fiori”. Come tutti, sentimmo parlare dei Nirvana con Nevermind, ma il pugno nello stomaco, arrivato giusto giusto nel pieno della nostra adolescenza, fu In Utero. Il senso di ruvidezza, abrasività e claustrofobia che comunicano Scentless Apprentice e Milk it non hanno eguali. La voce di Cobain sembra lasciata marcire nei suoi lamenti e nelle urla ossessive. Speriamo veramente che la faccenda del suo suicidio sia solamente una bufala, e che Cobain si stia in realtà godendo le spiagge delle Hawaii: capelli lunghi e sporchi, solo una camicia addosso, e una tazza di caffè in mano.

2001-2010: Liars – They Were Wrong So We Drowned [2004, Mute]

Questo album è “accaduto”, come una furia, come per In Utero, in un momento perfetto nella nostra crescita: finalmente ci lasciavamo adolescenza e tarda adolescenza e post-adolescenza alle spalle, scoprendo che la rabbia poteva comunque avere ancora molto senso, se reindirizzata. Questo album, in quel momento storico, ha spazzato via un sacco di sovrastrutture indie, ci ha pulito la testa ed aperto un mondo. I suoni sono meravigliosi, i pezzi scivolano uno dentro l’altro, tutto sembra voce, e tutte le voci sono ritmo. Sono apocalittici, prendendosi in giro senza riguardo. Drums not dead è comunque un album stupendo, ma ha forse il limite di essere quasi “troppo” conscio. They were wrong so we drowned suona naturale, quasi inconsapevole, e ha una potenza incredibile.

2011 – 2016: Movie Star Junkies – A Poison Tree [2010, Voodoo Rhythm]

Gli album che hanno segnato per noi ciascuno decade, in un modo o nell’altro, sono contraddistinti da un’attitudine sonora che per comodità definiamo punk, che esula dal semplice campo del sonoro per arrivare a comprendere, almeno quello che può sembrare dall’esterno, l’attitudine stessa verso la musica e la vita. Siamo solo a metà della seconda decade del nuovo millennio, e quindi ci fermiamo qui. Ma se dovessimo adesso pensare ad un album che rappresenti questi ultimi 6 anni, un po’ barando, perchè si tratta di un disco del 2010, diremmo di certo A poison Tree dei Movie Star Junkies. Che band!


Per concludere, segnaliamo il mini-tour di quattro date che i Father Murphy intraprenderanno tra il 31 Marzo ed il 3 Aprile e che li porterà, nell’ordine, a Prato (Spazio K), Roma (Circolo Dal Verme), Salerno (Mumble Rumble assieme agli Spettro Family) e Ferrara (Circolo Arci Bolognesi).

Particolare menzione rivolgiamo alla data di Roma, che si svolgerà all’interno del fantastico festival di Italian Occult Psychedelia Thalassa, per l’occasione dedicato alla Boring Machines di Andrea Ongarato, che arriva nel 2016 al decimo anno di attività. Ai Father Murphy si aggiungeranno, a completare una line-up a dir poco irripetibile, Fabio Orsi, Holiday Inn (con un EP di prossima uscita su NO = FI), Passed, Squadra Omega, Adamennon / Altaj, Heroin in Tahiti, Maurizio Abate, Everest Magma (aka Rella The Woodcutter), Luminance Ratio, Mai Mai Mai performing Theta, Von Tesla. Per maggiori informazioni consultare l’evento di Ongapalooza.

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