SINCOPE: ”Love is Love!” Intervista a Massimo ‘Truculentboy’ Onza

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Sincope è un’etichetta che basa la propria estetica sul “DIY sorretto da un approccio politico ed un attitudine hardcore punk“. Si occupa di “musica sperimentale in diverse forme, quali, principalmente, drone, improv, noise, electroacoustic e post-core. Il suo obiettivo è quello di elaborare suoni costantemente in grado di comprendere il tempo presente attraverso una visione critica“. Sincope è, più precisamente, una one-man-label che fa del contatto diretto e dei rapporti personali la componente fondante e necessaria per lo sviluppo in modo organico del proprio concept. Avevamo già avuto modo di parlare dell’ultima release di Sincope del 2015 [ovvero Rotorvator – Reliquies 12”]: oggi, invece, abbiamo colto l’occasione rappresentata dall’uscita di tre (TRE!) nuove releases, che saranno presentate nel corso dell’articolo, per fare due chiacchiere con Massimo ‘truculentboy’ Onza, fondatore, ideatore, gestore e promotore della label. Qui di seguito riporteremo un nostro breve commento allo stock di tre lavori disponibili all’acquisto dal 12 settembre sul portale bandcamp Sincope, seguito dall’approfondita intervista a Massimo, che ringraziamo anticipatamente per le risposte accorate ed espansive. Support Sincope! Love is Love!

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truculentboy defending Sebadoh, dal 1995

Qui è possibile sfogliare l’intero catalogo di Sincope: in esso troviamo dei dischi incredibilmente interessanti e validi come Ultrasonic Bathing Apparatus di Simon Balestrazzi e Beyond Repair di Francisco Meirino, lavori di Daniele Brusaschetto sia a suo nome che con l’alias blackened-death-metal Diononesiste, frequenti apparizioni di Claudio Rocchetti e Luca Sigurtà [Vroom, Harshcore, e una split tape], e tutta un’altra serie di uscite che vanno ad arricchire una raccolta invidiabile di suoni ed esperimenti. Sincope ha ospitato anche diverse espressioni del suo stesso fondatore, quali Tronco, Compoundead, Wound e la fanzine diacronica undecennale MAMMAMIAQUANTOSANGUE. Di queste incarnazioni ci siamo occupati nell’intervista, di conseguenza congeliamo l’approfondimento dell’attività di Massimo per spendere brevi parole sul batch di tre uscite menzionato precedentemente.


OTTAVEN – SEQUENZE PER RAFFIGURAZIONI MENTALI #1
[c36 cassette; mastered by Riccardo Mazza; artwork by truculentboy;
words inside the tape by Ottaven; 70 hand-numbered copies]

Ottaven è il progetto solista di Giovanni Donadini [http://canedicoda.com], attivo fin dal 2003 con / come With Love, WW, Lake Dead, Nastro Mortal, Magic Towers, Utat e Forum I; da segnalare anche la collaborazione con Matteo Castro nel duo Primorje, con all’attivo 4 uscite su Second Sleep dello stesso Castro, l’ultima delle quali – un 12” minialbum – presentata tramite un lungo tour estivo in giro per l’Italia.La cassetta, parafrasando la press-release, si sviluppa attorno a “suoni minimali, elettronica austera, ritmi spuri e loop fragorosi, field recordings, vocals ed oggetti suonati”. Sequenze per Raffigurazioni Mentali #1 riprende, anticipando logicamente, Sequenze per Raffigurazioni Mentali #3 uscita a fine Ottobre 2015. Anche in questo caso il lavoro si articola in due tracce, una per lato ed entrambe sui 18 minuti: “suoni che si elevano per rimanere ancorati ad interludi di saturazione, talvolta scossi da cambi di prospettiva e scenari”.

BRUITAL ORGASME – MÉTHODOLOGIE CONTEXTUELLE
[c30 cassette; picture by: Philippe Cavaleri;
artwork by truculentboy; 70 hand-numbered copies]

Dopo l’Untitled c30 nel 2012, il duo belga composto da Phil e Nath Cavaleri ritorna su Sincope con un’altra cassetta composta da due divagazioni, una per lato. Queste espandono la loro personale e fascinosa interpretazione del suono, la quale risulta in una miscela originale di drones, passaggi elettroacustici ed atmosferici e rumori di sorta.

Migration e Transumance, che prendono circa 15 minuti ognuna, riprendono l’intensità e fisicità caratteristica dell’atto performativo del duo.  I coniugi Cavaleri giocano con le frequenze e field recordings raccolti durante i loro viaggi, sfruttando anche “generatori di suono autoprodotti, dispositivi preparati, rumori dimenticati provenienti da cassette o vinili, microfoni a contatto, trapani, e trottole”.

ALGA KOMBU – IN FIN DEI CORPI
[cdr + zine; artwork by Paddiy;
90 hand-numbered copies]

Alga Kombu è un quartetto post-core / combat punk composto da sole donne (Ale, Linda, Micia e Paola), nato nel 2013 a Bologna. Ha all’attivo una demo-tape chiamata “Alga.Kombu.Girlz.Band.“, caratterizzata da un’artwork / vulva e  pezzi dai titoli programmatici come VulvoX, Bitches Witches, Aspirine e Baby Bomb. Per In Fin dei Corpi, le quattro abbandonano il cantato in inglese per abbracciare l’Italiano ed un lirismo commovente, urlato con passione e struggimento. Il tutto accompagnato dall’urgenza di usare la musica come strumento di presa di coscienza collettiva.

Alga Kombu è “una sferzata di punk e desideri libertari / queer”, un racconto di come sia “complicato confrontarsi con un presente contraddittorio” ed agire secondo le proprie idee, salvaguardando la propria integrità. Uno slogan riportato nell’inlay del cdr: “FROCE: SEMPRE. FASCISTI: MAI!”

Sincope conferma ancora una volta la sua stimolante attività legata al mondo della sperimentazione e pubblicazione di suoni ai margini di catalogazioni di sorta, del tutto svincolati da logiche di mercato – come Massimo stesso avrà modo di precisare. Se siete interessati a supportare l’etichetta nella sua ricerca avventurosa, rimandiamo nuovamente al portale bandcamp dal quale è possibile ascoltare ed acquistare la quasi totalità del catalogo. Support!


INTERVISTA

D: Ciao Massimo, grazie per la tua disponibilità. Vorremmo risolvere alcune nostre curiosità riguardo alla label e alla tua produzione musicale, iniziando da ciò che ha preceduto Sincope, ovvero Mastro Titta Produzioni e la fanzine MAMMAMIAQUANTOSANGUE. Concentrandosi per il momento sulla prima delle due realtà: MTP è stata la tua prima esperienza di label-manager o potresti citare qualcosa di precedente? Cosa ha determinato la transizione a sincope [sottolineamo il fantastico slogan ‘love is love!’ mantenuto nel passaggio]? Ritieni che si possa individuare una discontinuità di catalogo (o di un qualsiasi altro fattore) tra la prima e la seconda label o si è trattato fondamentalmente solo di un cambio di nome?

R: Ciao ragazzi! Mastro Titta Produzioni è stata la mia prima esperienza per cominciare a produrre dischi, mettere qualche soldino per dare un contributo a far uscire delle cose che mi piacevano davvero tanto, dare una mano a far girare e cercare di organizzare qualche concerto. Si trattava di un’etichetta principalmente hardcore punk, anche se a volte parecchio trasversale come suono. E’ stata una cosa a cui ho tenuto molto, che mi è servita come esperienza personale profonda, mi ha permesso di cominciare dare sfogo a delle idee che avevo in testa. Quel periodo iniziavo anche a suonare molto drone e noise e pian piano quest’argomento è entrato a far parte del catalogo. Complessivamente tredici uscite di cui vado molto fiero.

Successivamente, diventando anche più “vecchio”, ho avuto altre esigenze, soprattutto quello di prendermi più cura in prima persona di tutto il processo “produttivo” e di avere un catalogo più ragionato per indirizzare meglio un discorso che volevo assolutamente fare. Rimane la logica DIY e politica e l’approccio hardcore, cose irrinunciabili per me e che danno senso al mio impegno in questo campo. Tuttavia le “musiche altre” hanno preso di più il sopravvento nelle uscite, nonostante rimanga un certo tipo di hc, anche questo irrinunciabile. A livello produttivo poi con MTP ero molto più coinvolto in coproduzioni allargate, cosa che è rimasta in qualche raro caso anche con Sincope, con la quale tuttavia preferisco produrre in solitaria oppure con coproduzioni di poche etichette con cui si condivide un certo modo di vedere le cose. Questo mi permette di controllare meglio tutto il percorso e di avere un catalogo formato da tasselli che giudico indispensabili per una certa omologia di concetti che sono racchiusi in Sincope.

D: Veniamo ora a MAMMAMIAQUANTOSANGUE, la tua fanzine personale il cui ultimo numero letto la scorsa estate ci ha particolarmente toccato – a partire dalla citazione di Troppo Lontano dei Kina in seconda di copertina e arrivando alle riflessioni del Truculentboy-giornalista che ha diretto l’avventura della rivista. Quanto si discosta quel Massimo dal musicista dietro i progetti Wound, Compoundead, Tronco [myspace] e quanto dal proprietario di Sincope? Cosa ti ha impedito di ritenere l’espressione in formato cartaceo della tua attività di intervistatore / critico musicale, in differita anche di 11 anni, un puro spreco di energia e denaro? Come motivi questo gesto di partecipazione e supporto totale a rapporti artistici e umani?

R: Mammamiaquantosangue è una lunga storia, un’altra di quelle cose che mi danno la grande possibilità di dire quello che penso. Tendenzialmente non si discosta da nessuna delle altre attività, è un’altra componente di quello che faccio, metto sempre in ballo me stesso e allo stesso modo, nel bene o nel male, si tratta solo di mezzi diversi. Logicamente ci tengo a precisare che per quanto concerne le situazioni condivise maggiormente con altre persone, ovvero gruppi e collaborazioni, la mia visione è smezzata con quella degli altri componenti della band, non vorrei mai essere additato come leader di nulla, sono contro questo modo di pensare che trovo sterile. Al massimo cerco di essere un po’ il boss di me stesso quando faccio le cose da solo, che possono essere Wound, Mammamiaquantosangue o Sincope, però amo tanto anche la condivisione.

Rispondendo all’ultima parte della domanda ti dico che, essendo cresciuto formandomi su idee di stampo hardcore punk, per me è del tutto normale sostenere i discorsi che mi piacciono, avere la possibilità di diffonderli e farli conoscere, soprattutto quando mi sembra se ne parli poco in giro. MMQS serve principalmente a questo e anche a cercare di fare un ulteriore discorso rispetto allo stato delle cose. Ho pensato tanto se fare un terzo numero o meno, poi ho deciso di farlo essenzialmente perché noto che alcune questioni hanno cominciato a latitare un po’, e credo questa sia stata la spinta essenziale nella realizzazione del nuovo numero. Mi sembrava proprio che “Troppo lontano” dei Kina calzasse a pennello. Per carità il mondo cambia, cambiano le cose, alcuni approcci vanno per forza di cose aggiornati, tuttavia non credo che il tutto si possa ridurre a un adeguarsi al gioco, al mercato o alla ricerca di successo. Rimane fondamentale la possibilità di dire la propria, di contribuire al discorso, di parlare di cose che non leggi in giro, o di dire le cose in un modo diverso rispetto da quello in cui ti imbatti; così cerco di dare un piccolo contributo personale. MMQS si inserisce in questa visione, non puoi sempre aspettare di trovare le cose che vuoi, devi cercarle, e devi anche farle a un certo punto, altrimenti qui come in tutti i campi dell’esistenza ti cuciono addosso una vita su misura.

C’è anche da dire che sono cresciuto e ho raccolto tanti insegnamenti importanti dal lavoro di altre persone che hanno fatto e fanno queste cose da molto prima di me. Cerco di fare altrettanto, anche con un certo senso di gratitudine per quegli insegnamenti che mi hanno fatto crescere. Immodestamente poi mi piacerebbe far provare a quelli che vengono in qualche modo in contatto con le cose che faccio le stesse sensazioni che ho provato io stesso nel fare un certo tipo di esperienze, e magari anche dare un poco di ispirazione ad altri a mettere in pratica le loro idee. Per me sono state situazioni molto importanti e spero che lo possano essere anche per altri. Trovo questo tipo di cose un focolare di sentimenti e pratiche positive, molto formative.

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Seconda di copertina e prima pagina di MAMMAMIAQUANTOSANGUE #3, uscita la scorsa estate in 200 copie.

D: Stando alla tua pagina Discogs, la tua prima pubblicazione ufficiale risale al 2008. Si tratta della tape Viscera, uscita su Mastro Titta a firma Compoundead, ovvero il tuo progetto sviluppato assieme a tua sorella. Le informazioni riportate sono accurate o manca qualcosa di essenziale all’elenco? In caso ne mancassero, a quando risale il tuo primo disco e la tua prima esperienza musicale?

R: Di esperienze uno ne fa sempre tante. Ho cominciato a strimpellare il basso a 13/14 anni. Tendenzialmente però una volta ero più preso dalla scrittura, mi piaceva tanto scrivere, fare recensioni, dire cose che volevo dire, fare domande a musicisti che stimavo, persino scrivere racconti. Quindi fino ad un certo punto della mia esistenza la scrittura è stata la mia prerogativa. Anche perché non sempre è facile trovare musicisti con cui fare cose un po’ meno standard. Le esperienze musicali che hanno preceduto Tronco e Compoundead sono state tutte molto belle e divertenti, comunque esperimenti durati troppo poco ma che ricordo con molto affetto.

D: Entrando nel dettaglio di Compoundead / Wound: quale delle due entità è quella più ‘attiva’ al momento, e quale è, per il momento, ‘congelata’? Come è nata la collaborazione tra te e Mara? Qual è la release di Compoundead, in caso ce ne fosse una, che preferisci rispetto alle altre? Per quale motivo hai deciso invece di dar parallelamente vita a Wound? In cosa differisce maggiormente la tua attività solista dal duo familiare?

R: Con Mara, mia sorella, abbiamo cominciato a suonare assieme tanti anni fa, facendo pezzi punk, indie, noise ed alla fine la passione per i suoni più trasversali ci ha portato a formare i Compoundead. Purtroppo, cominciando ad avere diverse cose da fare nella vita che non ci permettevano di dedicarci come volevamo a questo progetto, abbiamo deciso di fermarci. Per quanto riguarda le releases che abbiamo fatto, circa una decina, sicuramente sono molto affezionato alla prima cassetta “Viscera”, che amo davvero tanto e racchiude il nostro suono crudo degli inizi, e poi quella che considero la nostra ultima cosa, ovvero “Cutting Your Certainty” che per me è la summa di un lungo percorso che veniva a compiersi in un certo modo che avevamo di fare drone, nonostante non ci siamo fatti mancare in chiusura di uscita un bell’assalto industrial noise.

Wound invece è nato come sfogo personale, visto che per diversi motivi potevo suonare molto di meno con le persone con cui suonavo di solito. Così un giorno, entrando nella mia sala prove e vedendo il set montato, ho cominciato a suonare cercando di mettere in pratica delle idee che avevo in testa da un po’ e che non riuscivo a collocare in altre situazioni. Con i Compoundead si cercava di mettere in pratica un approccio drone molto compositivo e ragionato, mentre con WOUND cerco di unire la passione per un certi suoni cupi con alcune pratiche improvvisative di cui ho sempre subito il fascino, ascoltando molta impro radicale e amando molto Derek Bailey per intenderci, e anche con alcuni concetti elettroacustici che mi piacciono parecchio. Poi tendenzialmente Wound ha un approccio più “isolazionista” rispetto ai Compoundead che avevano un suono più massivo e frontale e con più influenze noise ed elettroniche. Attualmente sono attivo per lo più come Wound e sto racimolando idee che spero prima o poi di avere possibilità e tempo di mettere in pratica in modo soddisfacente. Vedremo come si evolveranno le cose.

D: Uno dei nostri dischi preferiti di Sincope ti riguarda in modo diretto anche a livello performativo. Ci riferiamo a Primo Annuale e Mezzo Resoconto, l’unico – almeno finora? – lavoro dei Tronco [Massimo Onza / chitarra e Francesco Panfili / batteria], uscito a Gennaio 2011. Diversi aspetti concorrono a renderlo, a parer nostro, una vera e propria gemma: il titolo ironico che rimanda al Second Annual Report dei Throbbing Gristle, la scelta di un’immagine da Abstraction di Shintaro Kago come artwork, la cover di Noia dei CCCP, le chitarre scarne, la batteria nervosa ed i cantati sregolati… Cosa ci puoi dire a riguardo della genesi del disco e la scelta del nome del duo? Come vi siete divisi le parti vocali e la composizione delle tracce? Siete ancora al lavoro, ci dobbiamo aspettare delle sorprese?

R: I Tronco sono un gruppo che porterò sempre nel cuore, tuttavia è un’esperienza finita da anni. Oramai ognuno ha la sua vita e diventiamo sempre più anziani e con poco tempo. Ci siamo conosciuti per caso quando suonavamo in altri gruppi che avevano degli amici in comune. Inizialmente le prove le facevamo di notte in una casa sperduta in campagna a Ceccano, paese del batterista, c’era un’atmosfera pazzesca. Era un posto circondato da alberi, strade sterrate e isolamento boschivo. Là vicino c’era un maneggio e una volta è anche spuntato un cavallo in giardino che abbiamo dovuto riportare fuori, oppure qualche cane dei dintorni veniva chiedere un po’ di cibo, o tante volte saltava fuori qualche gatto a fare compagnia, ma credo che la fauna che si nascondeva nel buio là attorno fosse anche più complessa di così. Durante una pausa, mentre stavamo in giardino a fumarci una sigaretta, e visto che da lì a poco avremmo avuto il nostro primo concerto, eravamo appunto circondati da alberi e comunque da tanto legno, e allora ho detto, “Cavolo dovremmo chiamarci Tronco!”, che poi essendo anche una parola polisemica ci piacque molto e la usammo. Personalmente poi mi piaceva molto il fatto che rispecchiasse il senso di mettersi a nudo, di parlare di quello che si è e di quello di cui senti la mancanza, un modo frontale di mettere in gioco anche alcune nostre fragilità e limiti esistenziali. Per quanto riguarda il titolo dell’album fu una mia idea, mi piace molto giocare con le parole, essere ironico, spargere riferimenti qua e là, e poi quella registrazione raccoglieva alcuni dei pezzi che avevamo fatto in un anno e mezzo di attività. La scelta dell’immagine di copertina invece è stato merito di Francesco, lui curava anche la grafica di tutte le locandine dei concerti, appena l’ho vista mi è sembrata illuminante per i significati che avevamo messo nel disco. Così come la cover dei CCCP fu una sua idea e ci divertimmo ad arrangiarla per darle un tiro che sentivamo più nostro, in modo che ci riguardasse ancora più da vicino. Per il resto, io cantavo, suonavo la chitarra e ho scritto i testi, tranne un coro, e Francesco suonava la batteria e faceva i cori; tutti e due assieme poi arrangiavamo le nostre elucubrazioni musicali.

Fu un’esperienza tanto bella quanto massacrante, frutto di incontri e scontri, musicalmente parlando, tra noi due. Avevamo un equilibrio totalmente instabile, ma eravamo due persone allo stesso modo necessarie al suo svolgimento e avevamo tanta passione in corpo. Posso dire che ho un gran bel ricordo del periodo, un po’ folle e credo oramai irripetibile, vista anche l’età, e sono contento di aver condiviso con Francesco quel progetto. Quell’unica uscita che facemmo, nel bene e nel male, ci riguardava al cento per cento. Ci siamo sciolti nel 2011… Ho provato successivamente a risuonare cose del genere, ho anche fatto dei pezzi recentemente con un mio amico, ma alla fine nulla è andato in porto, sempre per mancanza di tempo e perché nella vita ognuno ha le sue beghe da risolvere.

L’idea comunque sarebbe prima o poi di fare qualcosa sotto altro nome, esperienze nuove, forse registrerò qualcosa da solo. Non so davvero quando succederà e se succederà. Posso dire solo che anche suonare “punk rock” mi piace molto e mi piacerebbe rifarlo, e in realtà non ho mai smesso del tutto. Dopo averci provato tante volte, spero prima o poi la cosa riesca. E’ molto difficile trovare persone che vogliano suonare un certo tipo di cose o vogliano farlo con un certo approccio e attitudine, vedremo… Una volta ho messo anche un annuncio su Facebook che diceva circa: “cercasi batterista per duo post punk core, se non avete a casa almeno un disco dei sebadoh non si può fare, diy ethic, no hipster, no drugs, no frikketoni, no destra, no razzismo, no sessismo ecc…”, ma la cosa non ha funzionato…

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D: Conosci personalmente / hai incontrato tutti gli artisti che hai pubblicato? Pensi che il contatto via rete sia in qualche modo limitante per la tua attività di etichetta rispetto, ad esempio, al tape network / scambio epistolare della tradizione noise – industriale italiana a cui ci sentiamo di affiancare Sincope? O al contrario consente l’accelerazione del processo? Le vere intenzioni che muovono un artista (o persona in generale) secondo te possono rendersi evidenti anche attraverso una mail o una chat?

R: Diciamo che internet è una possibilità e anche una necessità. Ha i suoi lati positivi e i suoi lati negativi, come il rischio di non capire sempre per bene le intenzioni di un’altra persona che conosci in modo così mediato. Logicamente per me la collaborazione con un musicista si basa molto sui suoi aspetti attitudinali e su una certa condivisione di ideali sia etici che politici. Sono fattori che reputo importanti. Di solito tendo a conoscere le persone con cui collaboro, a volte non ci si riesce per distanze geografiche eccessive, ma appena posso cerco di fare in modo che la cosa accada. Bisogna trovare un equilibrio tra poter arrivare a collaborare con qualcuno che sta dall’altra parte del mondo e mantenere un rapporto collaborativo limpido con una certa unità di vedute. Certo avere un semplice rapporto via mail non è sempre efficace, ma l’obiettivo è quello. Comunque quasi tutti i musicisti che escono su Sincope sono persone che stimo molto e di cui seguo molto attentamente il lavoro da prima di fare cose assieme. Può capitare che alla fine si scoprano differenze di vedute, o che con il tempo i rapporti cambino e allora non si riesce a fare qualcosa assieme oppure si scelgono strade diverse dopo. Ogni tanto succede, con dispiacere per carità, ma anche con molto rispetto delle reciproche posizioni, cosa a cui tengo molto.

D: Dal 2010 a questa parte sei riuscito ad organizzare diversi ‘showcase’ sincope. Hai avuto esperienze di organizzazione eventi al di fuori delle tue label o gruppi? Il DIY premia in tal senso? Che ricordi hai delle ultime sincope nights dello scorso anno?

R: Si, ho sempre organizzato anche quando non avevo un’etichetta. Prima era molto più semplice organizzare concerti, ma a dirla tutta, anche suonare e trovare musicisti era molto più semplice. Ora è diventato sempre più difficile riuscire a piazzare date, quindi di solito mi limito a fare serate che riguardano principalmente l’etichetta, di più non sarebbe possibile, sia per questioni personali di tempo che per questioni logistiche, dovute proprio a trovare posti disponibili a far suonare/organizzare. Comunque posso annoverare tra le altre cose che ho fatto anche quella di promoter.

Non so se il DIY premi o meno, per me è l’unica strategia possibile e l’unica con cui mi trovo a mio agio, sicuramente l’unica che so praticare in modo consapevole e che mi soddisfa a pieno. E’ una situazione in cui credo ci debba essere un laboratorio sempre aperto e consapevole per mettere in campo pratiche sociali diverse da quelle che puoi trovarti ad affrontare nella vita di tutti i giorni. Nelle Sincope Night mi diverto sempre tantissimo, fatico assai, però mi piace far conoscere cose, e suonare io stesso, fare esperienze e poter far fare esperienze. La maggior parte delle volte vedo che si divertono anche gli amici e le persone che vengono a vedersi la serata, e la cosa mi fa molto piacere.

D: Partendo dai primi anni di attività dell’etichetta, abbiamo notato come nel 2011 e nel 2012 tu sia riuscito a pubblicare un grande numero di dischi, 15 in 24 mesi se non andiamo errati, nettamente superiore alla media degli anni successivi.  Qual è la maggiore differenza tra quel periodo ed i mesi più recenti? Che problemi ti sei trovato ad affrontare maggiormente? Troppi impegni di mezzo o anche difficoltà di altra sorta?

R: Parliamo di un periodo in cui ero attivo su tantissimi fronti, e forse avevo anche più energia da mettere in campo e più tempo a disposizione, un periodo in cui ero totalmente immerso in quel che facevo, credo anche che personalmente sentissi l’atmosfera in generale molto diversa e più stimolante rispetto ad oggi. Suonavo tanto con Compoundead e con i Tronco, facevo molte uscite, organizzavo tutti i concerti che potevo. Poi, come puoi immaginare dalle risposte precedenti, è diventato più complicato organizzare concerti, più difficile trovare il tempo di suonare e l’intensità si è un poco attenuata.

Ora escono meno cose, in parte perché sono uscite in generale più impegnative del solito sia a livello di costi che a livello promozionale, in parte perché ho meno tempo e anche perché vendendosi meno dischi ho anche meno soldi da investire nell’etichetta. C’è da dire che a volte collaborare con dei musicisti ha anche i suoi lati negativi, ci si trova con differenze di vedute e alcune cose saltano. Dovrò sicuramente prendermi una piccola pausa, temporanea spero, da diverse questioni per terminare alcuni percorsi di vita extramusicali. Come si dice, “prima o poi tutti i nodi vengono al pettine”. Userò questo periodo anche per una certa necessità di riflettere meglio percorso portato avanti fino ad ora e sul da farsi in futuro, e anche per aver modo di suonare un po’, collaborare e casomai fare qualche concerto in più.

D: Uno degli aspetti collateralmente interessanti rispetto all’attività di Sincope è la tua meticolosa raccolta di review, menzioni, ed interviste pubblicate sul portale ufficiale della label, accompagnato dall’inserimento di ogni dettaglio legato alle releases sullo strumento principe di consultazione, diffusione e scoperta di nuova musica: Discogs. Riteniamo si tratti di un’azione dalla portata molto sottovalutata, e che anzi consenta ai dischi di raggiungere utenze importanti rispetto al solo passaparola o a bandcamp. Qual è il tuo pensiero a riguardo? Ritieni che questo tipo di accorgimenti possano effettivamente fare la differenza?

R: Cerco di soddisfare delle esigenze che ho io in prima persona, non mi piace non riuscire a trovare informazioni su questioni che mi interessano, quindi cerco di fare in modo che la cosa sia più accessibile per le persone che vogliano saperne di più sulle cose che faccio. Credo che se la rete abbia un senso, questo sia uno dei modi interessanti di usarla e che mi soddisfa. Se fai una cosa è giusto anche che le persone abbiano la possibilità di avere informazioni a riguardo. Non so se questi accorgimenti facciano la differenza o meno, non ho un approccio commerciale alla questione, e forse questo è un mio limite, nel senso che se non vendi troppi dischi non riesci a farne altri. Tuttavia credo importante sia la diffusione di informazioni, sia che si conoscano opinioni su un disco che provengano da diversi modi di vedere e sentire. Mi interessa vedere come vengano lette delle cose al di fuori delle mie intenzioni connotative. Il gioco poi deve essere completato da di chi usufruisce dell’ascolto e legge gli articoli. Credo si possa avere abbastanza materiale su cui riflettere in questo modo. Per me il tutto resta un discorso primariamente culturale, e il discorso culturale attorno alla musica credo sia un argomento molto interessante e che vada alimentato. Del resto, come dicevo prima, sono esigenze che ho in prima persona da “consumatore” e appassionato di musica.

D: Pensi di poter riuscire ad individuare una definita, precisa spinta alla tua attività musicale e con Sincope? Che consiglio ti sentiresti di dare a chi stesse pensando di aprire una label oggi? Grazie per il tuo tempo e la pronta sincerità con cui ci hai risposto. Alla prossima! Love is love!

R: Prima di tutto vi ringrazio davvero tanto per il supporto e per le domande che ho trovato molto stimolanti. Non credo di essere capace di individuare una spinta definitiva a Sincope o nel suonare, la mia necessità primaria è l’espressione personale, smuovere il presente, dare la possibilità di far vedere delle cose; allo stesso tempo imparare il più possibile e mettere in pratica alcune idee che non riesco a far restare solamente nella mia testa. E il mio modo di fare una cosa che mi piace molto con tutta la libertà creativa che riesco a mettere in campo. Si tratta di costruire fino a quando avrò necessità espressiva, possibilità e passione. Negli ultimi anni ci sono stati diversi cambiamenti personali, c’è un po’ meno tempo, sono un po’ invecchiato e quindi ho anche bisogno di riflettere un po’ su molte cose accadute. Si rallenterà un poco, qualcosa cambierà credo, e comunque ho necessità di trovare nuovi modi e nuovi stimoli per poter praticare alcuni argomenti.

C’era una cassetta dei Dictatrista che si chiamava “Estremo atto d’amore”, mi piace citarla perché, oltre ad essere uno dei miei dischi preferiti, credo mi aiuti a spiegare meglio cosa voglio dire quando dico ”love is love” e quando parlo di far uscire dischi, suonare, organizzare concerti e quant’altro. “Love is love” è una tautologia, non ci si può chiedere cos’è l’amore in sé per sé o per una cosa. Ma soprattutto l’amore vero non richiede una contropartita, è una cosa che non riguarda la contingenza o il successo. Fai delle cose folli per amore senza pensare di ricevere qualcosa in cambio, anche quando tutto va male o quando una semplice ricerca di marketing ti consiglierebbe di spararti nelle palle. E’ quello slancio che ti fa fare le cose solo per amore. Questa è l’unica spinta che sento davvero fondamentale nel mettersi in gioco così tanto. Il mio consiglio è di fare le cose se non riuscite a fare a meno di farle, se è un vostro modo per agire su un presente che non vi soddisfa, se volete esprimervi costi quel che costi, se volete far sentire dischi belli e l’unico modo è farveli da soli. L’amore è amore, è gratificazione e sofferenza, sicuramente sempre emozioni forti. Un’aspirazione che non deve farti smettere di cercare. Come dicevano i Kina, l’importante non è l’arrivo, ma il viaggio. E’ il viversi le cose, e viversele come un “estremo atto d’amore”. Per me ne vale la pena e mi godo sia i suoi lati positivi che quelli negativi. Se avete il coraggio, fatelo! love is love!

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A. and C. have been living in Turin, Italy since late 2015. The former is pursuing his PhD in Telecommunications Engineering and considers Guy Picciotto being the repository of happiness in life, the latter is currently studying sculpture at Accademia di Belle Arti where she messes around with materials and fantasizes about turning into a bunny.

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Andrea Migliorati e Cristina Ruggieri

A. and C. have been living in Turin, Italy since late 2015. The former is pursuing his PhD in Telecommunications Engineering and considers Guy Picciotto being the repository of happiness in life, the latter is currently studying sculpture at Accademia di Belle Arti where she messes around with materials and fantasizes about turning into a bunny.

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