Intervista a Marco Morosini [The Miles Apart / Eversor]

Ringraziamento speciale a: Federica Pagani, Luca Benni, Massimo ‘Truculentboy’ Onza e Marco Pasini 

[Uno scatto dal secondo live della mini-reunion degli Eversor / The Miles Apart, lo scorso 2 Aprile al 360° di Roma. Foto di Federica Pagani]

Gli Eversor sono un gruppo storico punk hardcore della riviera romagnola, nato sul finire degli anni ’80 ed espressosi in molteplici stili (thrash, crossover, hc melodico) attraverso i ’90, ed il cui percorso è culminato nella nascita dei Miles Apart – la formazione differiva dalla precedente per il batterista. Forza motrice delle band sono stati i fratelli Morosini, Lele e Marco (rispettivamente voce / chitarra e basso), provenienti da Pesaro (Gabicce), assidui supporter della scena punk-hardcore, ed in generale indipendente, della regione. Della loro lunga discografia è possibile ricordare capolavori assoluti dell’hc ’90s Italiano quali September, Breakfast Club, lo split Tempo Zero / Eversor, ed il sodalizio come Miles Apart con Green Records di Giulio Repetto per la quale è uscito l’indimenticabile Some Memories Last Forever ed altri 4 CD.

Gli altri musicisti coinvolti nei due progetti furono Stefano Scola / Eric Lumen alla batteria, apparsi rispettivamente su Condition Of Death (in questa tape i vocals erano affidati a Gigi Berti invece che a Lele) e Psychopatic Intentions, e Valentino, il batterista storico degli Eversor; infine, per quanto riguarda i The Miles Apart, Luca Bartolucci (ex-Ossessione, gruppo apparso assieme agli Eversor sul disco cover There Is A Light That Never Goes Out – A Tribute To The Smiths su Speedway del 2000) e Stefano Tombari (ex-Sprinzi, altro storico gruppo Pesarese).

 

 

I Miles Apart terminarono le loro attività dopo Arm Me For Sunday (2006) quando, per ammissione stessa di Marco, “le cose attorno a [loro] stavano cambiando troppo e [decisero] di chiudere la storia” (fonte: Forthekidsxxx di Marco ‘Paso’ Pasini). In seguito a quella data seguirono nel 2008, 2009 e 2013 diversi show di reunion del gruppo, i cui flyer sono ancora visionabili dal portale myspace della band.

Nel 2016, ed in particolare lo scorso 23/01 al FreakOut di Bologna e 02/04 al 360° di Roma, il gruppo si è riunito nuovamente, in un mini-tour celebrativo in occasione delle ristampe di Breakfast Club e Some Memories Last Forever ad opera di Green ed Assurd Records, i due dischi forse meglio rappresentativi della discografia degli Eversor / Miles Apart. Entrambe le ristampe sono uscite in limited-edition di 300 pezzi, su vinile colorato accompagnato da booklet e diverse extra-tracks assenti sulle edizioni originali. L’occasione è stata perfetta quindi per contattare Marco e porgli qualche domanda, risolvendo così qualche nostra curiosità legata al mondo della band, alle nuove date, ed al passato più remoto.


DISCOGRAFIA CONSIGLIATA 
(clickare sulle immagini)









D: Quali sono i vostri pensieri e sentimenti legati a queste due date? Siete felici delle ristampe su Assurd Record e Green Records di Breakfast Club e Some Memories Last Forever? Avete faticato per rimediare entrambi i concerti?

R: Cominciamo dall’inizio. Tutto è nato perchè sia a me che a Giulio della Green continuavano a chiederci dischi degli Eversor / Miles Apart fuori stampa da tanto tempo, per cui ci siamo detti: “Perchè non ristampare un po’ di materiale in poche copie per gli appassionati ed infarcirle di bonus tracks difficili da trovare?” Da qui è partito tutto. Giulio però è sempre impegnatissimo per via del negozio, del marchio Murder e cosi mi è venuta in mente l’idea di coinvolgere per la parte pratica (stampa, master, etc.) la Assurd, etichetta che stimo tantissimo. Giulio li ha contattati e ci siamo mossi con rapidità, ho cercato i master originali, foto, locandine etc. nei miei archivi, e devo dire che il risultato ottenuto è davvero splendido, per noi è stupendo avere riportato alla luce dei lavori che hanno rappresentato una bella fetta della nostra vita. Ma è stato altrettanto importante averlo fatto con Green e Assurd, che hanno trattato il tutto con una passione enorme. Da qui a pensare di tornare sul palco il passo è stato breve perchè ci siamo rivisti tutti e tre per scegliere le foto, le grafiche etc. e tra una birra e una pizza ci siamo detti che potevamo provare a fare una paio di strimpellate in sala per vedere di tirare su un concerto-festa in onore delle ristampe. Le date sono diventate due, Bologna per motivi logistici e Roma per motivi di amicizie ventennali che non potevamo tradire, ma appena messa la notizia del primo concerto ci sono piovute addosso almeno una quindicina di richieste da ogni dove che abbiamo gentilmente declinato scusandoci e ringraziando per le offerte. Bologna e Roma sono state bellissime… gente che si è fatta centinaia di km per esserci e che cantava brani che pensavamo nessuno si ricordasse è qualcosa che non può lasciarti indifferente. E’ stato davvero gratificante, abbiamo cercato di dare il massimo e serbiamo dei ricordi favolosi di quelle due serate.

Un frammento dalla serata di Roma del 2 Aprile [Video di Federica Pagani]

D: Con che formazione avete suonato in queste due date del 2016 a Bologna e a Roma? E’ la stessa della reunion del 2008 e 2009? Quante e quali tracce avete proposto? Quante volte avete suonato o provato insieme in questi 3 anni?

R: La formazione è quella dei Miles Apart classica cioè Io, Lele e Luca. A Milano nel 2008 ha suonato 3 pezzi anche Vale, ma solo in quella occasione. Non suonavamo assieme da 7 anni e per rimetterci in sesto abbiamo cominciato a provare circa 5 mesi prima della data di Bologna, anche se non regolarmente – tranne gli ultimi due mesi, in cui ci abbiamo dato parecchio dentro. La scaletta era egualmente divisa tra brani di September, Breakfast Club e Some Memories Last Forever, più qualcosa da Storyboard. I pezzi di September e Breakfast non li suonavamo da almeno 16 anni per cui è stato molto bello rimetterli assieme. Non nego che risuonare pezzi come Leave Me Behind o Protective mi faceva venire la pelle d’oca all’inizio alle prove…cazzo avevo 25 anni quando componemmo quei brani, ora ne ho 46, venti anni sono tanti…se ci penso mi fa un certo effetto!

D: Di che tipologia ritenete possa essere il vostro ‘pubblico’ di oggi? Che tipo di accoglienza avete ricevuto nelle due occasioni? C’è qualcosa che possa avervi anche lontanamente stimolato a provare a comporre / pubblicare nuova musica come Eversor o Miles Apart dopo tutti questi anni?

R: In questi anni, come chi è venuto alle ultime due date, la gente che ci ha seguito o che ci ha scoperto appartiene a una varietà infinita di generi e sottogeneri. C’è chi suona in gruppi crust e death metal, come chi segue lo sxe, il punk rock melodico, l’hc in generale o l’indie. All’epoca abbiamo sempre suonato in qualsiasi situazione e con qualsiasi band all’interno del movimento hc, per noi non faceva differenza purchè fossero concerti diy e con gente tranquilla. Il divertimento era sempre alla base di tutto e forse è anche per questo che qualcuno ancora ci vuole bene. L’accoglienza dei concerti, beh l’ho descritta sopra nella prima risposta…inaspettatamente travolgente ed emozionante. Sinceramente non ci è mai venuto in mente di comporre materiale nuovo, per farlo ci vuole dedizione e soprattutto tempo libero che non abbiamo. Al momento non c’è nulla in programma, però chissà!

D: Ora vorremmo passare a qualche domanda legata al vostro passato. Quando si è formato il nucleo principale del gruppo? Ci sono mai stati litigi tra Marco e Lele secondo la vecchia regola del ‘parenti serpenti’? Quando avete registrato la tape Condition of Death?

R: Il nucleo con me e Lele è in piedi dall’87 ,cioè poco prima del demo da te citato, anche se al tempo lui suonava solo la chitarra, e ci vollerò alcuni mesi per passare alla voce, e precisamente qualche tempo dopo quando rimanemmo un trio. Non abbiamo mai litigato in merito al gruppo, anzi c’è sempre stata una grande alchimia musicale tra noi due… non è un caso che abbiamo suonato assieme per tantissimi anni! Abbiamo composto un mucchio di materiale perchè in sala prove veniva incredibilmente naturale seguire i riff dell’uno o dell’altro semplicemente seguendo l’idea e la melodia. Magari a volte si discuteva sulle scalette, sui pezzi che non stimolavano dal vivo, ma nulla più. Il rispetto e la stima sono sempre stati alla base delle dinamiche interne al gruppo, ad esempio io ho sempre gestito il booking, contatti, la cassa etc. e ho sempre goduto della sua massima fiducia. Il demo Condition of Death fu registrato a Senigallia nell’87, in un pomeriggio. Ci andammo in treno visto che nessuno aveva la macchina, Paul Chain ci raggiunse lì. Per noi era un posto magico ed incredibile, il primo vero studio professionale. Lì registravano lui, i Boohoos, i Gunfire etc…. ci diede un sacco di dritte e consigli e compose da solo quando ce ne andammo un bellissimo intro. Poi l’anno dopo fu la volta del mini-lp. In quelle occasioni conoscemmo anche Castriota, il tecnico delle studio che poi si mi mise in proprio e da Breakfast Club in poi produsse tutti i nostri album.

D: La vostra prima uscita ufficiale, stando alla vostra pagina discogs, è The Cataclysm [Minotauro, 1989]. In che giro riuscivate ad inserirvi all’epoca? Quante volte avete suonato a Pesaro ed in giro per l’Italia con quel tipo di repertorio? Che cosa rappresenta l’artwork?

R: Eravamo nel giro metal e punk perchè quel disco venne distribuito anche da Blu Bus e dai ragazzi di Rimini della Chansons D’amour dist., però i concerti furono quasi tutti a livello locale tra Cattolica, Pesaro, Fano, Rimini  in discoteche metal (il mitico Shampoo di Viserba), feste dell’Unità, piazze e ovviamente il CSA Manicomio di Pesaro. Comunque riuscimmo anche ad esibirci a Bologna all’Isola nel Kantiere coi Kina (indimenticabile) e a Ferrara con i Madhouse e vari gruppi dell’area ferrarese con i quali legammo in maniera splendida (Accidia, Ipnosi, Impact). La copertina era un manifesto della resistenza spagnola della seconda guerra mondiale che trovai sul libro di storia delle superiori, mi colpì moltissimo e tuttora la trovo molto forte.

D: Sul finire degli anni ’80 è stata molto importante l’esperienza del CSA Manicomio a Pesaro. Che ruolo avete avuto come band nella vita artistica del centro sociale? Esiste ancora qualche copia del bootleg della registrazione del vostro live assieme ai Kina del ’91? Che ricordi avete della serata? 

R: Quel posto divenne la nostra seconda casa per molti anni sia nel periodo metal che dopo. Ci facemmo una marea di concerti con la collaborazione della distro Chanson D’amour e c’era sempre tantissima gente. Il primo concerto in assoluto fu Infezione / Eversor, organizzato via lettera (!!!). Seguirono tanti gruppi locali e del circondario come Pullmanx, Disinfestha, Etrom, Sarkoma etc.. Ho avuto la fortuna di vedermi lì tutti i mostri sacri degli anni d’oro come Kina, Upset Noise, Ritmo Tribale, Raw Power, Contropotere, Impact. Negli anni 90′ si formò la Indie Love Crew (in pratica il giro degli Sprizi e degli Altro) coi quali portammo Braid, Metroschifter, Avail, Concrete ed una marea di altri. I ricordi più belli però sono legati alla fine ’80 – primissimi ’90. Si viveva un fermento davvero spontaneo… le distro con le cassette, la gente che non vestiva firmata, che non si definiva emo o sXe… eravamo tutti lì per vivere quelle serate con la massima intensità in una piccola provincia che era riuscita a ritagliarsi uno spazio importante nella mappa dei concerti grazie ad un manipolo di ragazzini. La serata coi Kina che uscì su K7 per Chanson’s D’amour fu a dir poco magica. Era il periodo di Se ho vinto se ho perso e loro fecero un concerto paurosamente intenso. Il posto era pienissimo e tutti cantavano a squarciagola testi che sono rimasti nella storia dell’HC. Non credo ne esistano copie in giro, io custodisco gelosamente la mia!

Eversor / Kina – Live At Manicomio 30-3-91 [Chansons D’Amour Records ‎– K7 02]

D: Lungo e fruttuoso è stato il vostro rapporto con Paul Chain (Paolo Catena), figura chiave del metal italiano anni ’80. Cos’è di Paul che, dal punto di vista più generale possibile, vi ha segnato maggiormente e vi resta ancora oggi? Vi va di raccontare anche solo un aneddoto rappresentativo del personaggio?

R: Ci vorrebbe un libro per rispondere a questa domanda. A Paolo dobbiamo riconoscenza infinita. Fu lui a insegnarci tutto quello che c’era da sapere su come muoverci per registrare, fare concerti, procurarsi strumenti decenti a poco prezzo, fare promozione. Ci portava dal liutaio per le riparazioni, ci seguiva in sala prove nella cantina dei miei genitori quasi tutti i sabati pomeriggio. Ancora ricordo quando lo vedemmo arrivare per la prima volta con la sua macchina davanti casa, ci mancava il fiato per l’emozione. Calcola che io avevo circa 17 anni e Lele 13 e per noi era già un vero mito. Non so perchè si affezionò tanto a noi, forse per via di Lele che era un po’ un bimbo prodigio. Mi ritengo davvero fortunato ad avere passato tanti anni a fianco di un artista simile: qualsiasi strumento prendeva in mano, chitarra, piano, basso, organo ne tirava fuori suoni e note improvvisate assolutamente strabilianti. Tanti concerti fatti assieme, cene con gruppi di ogni dove, le serate in pizzeria con Lee Dorian al tempo di Alkaest, in studio con Stefano Giaccone per Tirofisso, le confidenze, le gioie e le frustrazioni di un artista come pochi ce ne sono stati in Italia e non solo. La più grande lezione che mi ha impartito, e la migliore parola che  possa descrivere il suo personaggio, è l’umiltà. Paolo era di una umiltà e semplicità disarmante e molto buono, forse troppo e troppi si sono approfittati di lui. Le nostre strade si sono divise agli inizi del 2000, lui ha seguito le sue e non ci siamo più incrociati, ma mai dimenticati!

D: Se non siamo in errore, è proprio dopo lo split Eversor / Paul Chain che avete abbandonato il logo usato nei primi anni di carriera. E’ possibile ritenere quel disco in qualche modo lo spartiacque tra la prima fase ‘metal’ e la seconda ‘hc-melodico’, quella per cui siete più conosciuti? Quali sono le altre ragioni principali che hanno determinato la vostra decisa variazione stilistica?

R: Si, quel pezzo è stato decisamente il primo con sonorità prettamente di HC melodico, specie per la voce di Lele. Già nello split-LP Uomini Contro il brano Youth Has Gone aveva un tiro di hc californiano, ma il cantato non era ancora levigato come sarà da Fammi Sorridere in poi. Tengo a dire che quel pezzo fu ispirato da una band che noi tutti amavamo e amiamo moltissimo, i Ritmo Tribale che ebbero una enorme influenza su di noi (tuttora sono un fan sfegatato di Edda). Virammo comunque sulle sonorità melodiche perchè era lo stile che più amavamo ascoltare. Semplicemente volevamo avvicinarci a gente come i Samiam o i Big Drill Car, Descendents, Mega city 4, insomma quella tipologia di band. Suonare per divertirsi vuol dire cercare di suonare come i gruppi che ami mettendoci ovviamente un pizzico di tuo e ci veniva molto spontaneo.

D: Nel corso della vostra storia come Eversor avete realizzato split con gruppi molto diversi tra loro come stili e forme musicali (Paul Chain appunto, Comrades, Just One Day, Tempo Zero, Accidia, Lovemen, Braid), cosa piuttosto insolita se paragonata ad esempio all’hardcore emo coevo made in USA dalla cui scena uscivano una serie infinita di split tra gruppi affini in termini di suoni. Qual è il vostro pensiero a riguardo? Quanto era eterogenea l’Italia punk negli anni ’90?

R: Abbiamo realizzato dischi con gruppi con cui eravamo molto amici come Paolo, i Tempo Zero o i Comrades perchè, al di là dello stile, volevamo fare qualcosa assieme anche al di fuori del palco, e devo dire che sono dischi ai quali sono molto legato. Coi gruppi giapponesi invece la proposta venne dalla label nipponica Snuffy Smile perchè abbinava i gruppi coi quali facevi il tour, ma la cosa bella è che poi nel corso dei vari concerti conoscemmo personalmente tutte quelle band che si rivelarono davvero valide. Se devo essere onesto la scena punk non era così unita negli anni ’90, o almeno a me così sembrava. Noi stessi prima della svolta melodica non eravamo molto calcolati dal giro sxe del triangolo Padova, Modena, Reggio. Diciamo che c’era a mio avviso una divisione tra gruppi più politicizzati – area Blu Bus, El Paso etc. – e quelli del giro sopra citati. Pure noi all’inizio vedevamo gruppi ad esempio come i By All Means o Ivory Cage come band un po’ modaiole che si vestivano in modo troppo americano per noi. Come sempre però se prima non ti conosci e non ti parli personalmente non puoi giudicare. All’interno invece del giro Green / Soa ci si aiutava proprio tutti alla grande, avevamo un grande seguito e questo ritengo sia merito dei gruppi di assoluto spessore nel catalogo.

D: Su YouTube è reperibile un incredibile documento video (uploadato da Luca Benni di To Lose La Track) di una vostra performance TV, risalente al ’98. Nel video suonate ‘So Much Hate’ da September. Avete ricordi legati a quell’occasione? Di che TV Show si trattava?

R: Eccome se mi ricordo! All’epoca non c’era MTV ma Match Music che aveva questo programma per i gruppi emergenti con un mega palco sulla spiaggia di Riccione. Fummo contattati per una intervista e relativo concerto assieme ai Miskatonic University ed un altro gruppo riminese che non ricordo, per cui in TV andò in onda sia l’intervista che lo spezzone live di So Much Hate. C’era questo palco enorme, ma a nessuno fregava una mazza di chi eravamo, quello che ci intervistava ogni tanto tirava fuori un foglietto per ricordarsi il nome del gruppo. Era la classica macchina televisiva, un assaggio di quello che poteva essere il professionismo e direi che ci fece abbastanza schifo tanto che rifiutammo di suonare anche a Milano in un’altra mega stronzata. Però c’era Giangiacomo degli Ivory Cage che voleva fare il secondo chitarrista in playback giusto per fare scena, col senno di poi sarebbe stata una figata.

“> —– Original Message —– From: marco morosini — Sent: Tuesday, January 05, 1999 8:44 AM
Subject: Eversor si sciolgono-Miles Apart nascono / > Cari amici, chiudere questa nostra splendida avventura. Io e Lele abbiamo trovato un nuovo batterista, Luca di 22 anni di Gabicce che già conosciamo da tempo, è molto bravo ed ha già diverse esperienze live ed in studio essendo batterista anche degli Ossessione (indie rock band riccionese). Inizialmente si era pensato di continuare come Eversor, ma ci sembrava giusto (specie in rispetto per Vale) cambiare nome ed iniziare una nuova esperienza sotto il nome di Miles Apart (un vecchio brano dei Mega City 4) che speriamo ci porti in giro per tanto tempo ancora. Abbiamo già iniziato a provare assieme e sembra che tutto fili per il meglio. In primavera forse inizieremo a suonare dal vivo e Greenrec. si è offerta di farci uscire un mcd che registreremo appena finiremo di arrangiare i nuovi pezzi. Lo stile resterà bene o male immutato, ma ovviamente ci sarà il nuovo fondamentale apporto di Luca. []”

D: Dopo le difficoltà a proseguire di Valentino avete deciso di chiudere gli Eversor e proseguire come Miles Apart con Luca Bartolucci (Ossessione) e poi con Stefano Tombari (ex Sprinzi). Qual è stato il loro maggiore contributo? Avreste continuato in ogni caso nella direzione dei Miles Apart se Vale non avesse lasciato? Oppure al cambio di nome del gruppo in qualche modo è corrisposto anche un cambiamento di intenti e necessità?

R: Sia Valentino che Luca sono stati assolutamente determinanti e fondamentali nel suono e nell’evoluzione dei due gruppi. Due batteristi molto diversi come stile, ma entrambi con una forte personalità che si era amalgamata perfettamente con noi due. Vale era un batterista metal, veniva dagli Etrom – un gruppo locale death/thrash -, aveva una grande fantasia negli stacchi e nei ritmi. Noi e lui siamo praticamente cresciuti assieme, eravamo un gruppo acerbo e ci siamo perfezionati come suono alla fine degli Eversor. Peccato abbia completamente chiuso con la musica anche se siamo ancora ovviamente amici. Luca era, già con lo stile e con le orecchie, più orientato verso la melodia e l’indie rock in generale. Precisissimo, una vera macchinetta, quadrato e molto elegante, penso che la vena un pelo più rocckeggiante dei Miles sia dovuta al suo stile. Il suo grande merito è stato quello di essersi inserito con umiltà in una band che aveva un passato pesante, e soprattutto un legame forte col vecchio batterista. Non credo sia stato facile per lui all’inizio, ma noi lo abbiamo sempre lasciato suonare senza dirgli di copiare nessuno.

D: Come motivate la scelta del cantato in Inglese? Vi siete mai cimentati in qualche brano in Italiano? Sarebbe stato diverso il vostro impatto nei tour al di fuori dell’Italia se aveste proposto testi in Italiano o il fattore ‘lingua’ non era discriminante? Come si comportava il pubblico nei vostri tour Asiatici, ad esempio?

R: Tranne la parentesi di Fammi Sorridere Lele si è sempre trovato a suo agio con l’inglese, sia per la fonetica che per le diverse interpretazioni che puoi dare a certe parole. Sinceramente lo trovo anche io più adatto per quel tipo di musica, ma non so dirti che all’estero col cantato in italiano avremmo avuto un impatto diverso. In Giappone credo però che la carta del cantato in inglese sia stata determinante.

D: C’è un disco della vostra lunga discografia a cui siete affezionati più di altri? Per quale motivo? Allo stesso modo, c’è un gruppo con il quale avete legato di più?

R: Personalmente amo molto Breakfast Club per gli Eversor. Quel 10″ e quel periodo furono bellissimi, avevamo un affiatamento perfetto ed i concerti erano davvero molto intensi. Mi sentivo invincibile in ogni cosa che facevamo. Per di più, il disco era stato registrato per la prima volta coi suoni che avevamo sempre sognato e ci fece uscire dalla nicchia del giro prettamente Hc pur essendo, secondo me, il disco più diretto che avevamo composto. Per i Miles ti dico Storyboard perchè contiene una manciata di canzoni molto varie tra loro, le quali magari dal vivo non avevano il tiro giusto come ad esempio Milion Pages o la title track, ma erano molto ben strutturate e con testi validissimi. Inoltre venivamo da due anni tiratissimi, pieni di tour e date in ogni dove, e lo registrammo in soli due giorni molto carichi.

D: E’ stato difficile abbandonare le scene coi Miles Apart o è stata una decisione ponderata ed accolta da tutti i membri? Come guardate a quei giorni passati? Ed infine: avete un rimpianto di qualsiasi sorta legato alla vostra carriera? Quale pensate possa essere stato il fattore determinante nel fare di voi una band così ricordata ancora oggi?

R:  Quando decidemmo di smettere fu perchè le nostre vite avevano preso strade diverse. Lele aveva già una bambina, io mi ero sposato da poco, Luca stava per prendere la laurea in psicologia e Stefano aveva anche lui già una figlia. Eravamo stanchi fisicamente di tutti i lunghi viaggi (a 35 anni fare 600km, tornare alle 5 di mattina ed andare a lavorare non era più come farlo a 25 anni) ed anche in sala prove le idee scarseggiavano. Quasi tutti i vecchi amici e gruppi non c’erano più… Ricordo che eravamo a Bologna all’Atlantide (e la sera prima a Padova) e ognuno di noi non vedeva l’ora di suonare per schizzare a casa dalle proprie famiglie. A quel punto mancava solo di dircelo in faccia che era ora di finire lì.

Chiaro che dopo 20 anni che facevo parte di una band mi faceva male pensare alla mia vita senza più suonare – ricordo infatti nei primi tempi una sensazione di vuoto per la cosa -, ma eravamo davvero al capolinea. In più ognuno di noi aveva le sue passioni e hobby che per via della musica avevamo relegato sempre in secondo piano e che avevamo voglia finalmente di portare avanti.  Non ho e non abbiamo nessun rimpiantom anzi, chi si sarebbe mai immaginato quello che saremmo riusciti a fare da quando iniziammo a 16 anni a strimpellare coverizzando Black Sabbath e Saxon? Guardo a quegli anni non con nostalgia ma, al contrario, quegli anni mi proiettano sempre verso il futuro. Sono stati una scuola di vita che mi ha regalato viaggi impossibili, amici, avventure indimenticabili.  All’ultimissima domanda non saprei risponderti, siamo sempre e solo stati noi stessi e ora come allora siamo sempre stati grati a tutti sinceramente per ogni opportunità che ci è stata concessa, compresa questa bella intervista che mi ha riportato indietro in anni irripetibili.


Con questa risposta si chiude la nostra intervista a Marco Morosini dei Miles Apart / Eversor, uno dei nostri gruppi preferiti in termini di Hardcore melodico Italiano (ed uno dei migliori a livello Europeo in assoluto). Avremmo voluto concludere con una riflessione ad effetto che enfatizzasse lo straordinario impegno e dedizione della band nel corso della sua lunga attività, e la passione che la muoveva – sopravvissuta immutata e tutt’ora strabordante dai dischi MA / Eversor. Riteniamo però che non ci sia chiusura migliore di quella rappresentata dalle parole di Marco stesso, estratte da una mail inviata nel Gennaio 1999 (e della quale un passaggio è stato riportato qualche riga sopra).

“Inutile dire che non abbiamo parole per quanti in questi anni hanno supportato gli EVERSOR…GRAZIE,GRAZIE DI CUORE PER TUTTO. Mi auguro che i MILES APART possano darvi ugualmente lo stesso entusiasmo che io, Lele e Luca proviamo nel cominciare questa nuova storia. Per info sul nuovo gruppo potete contattare me o Giulio di Greenrec. che ringrazio personalmente ancora una volta per il sostegno morale che ci ha dato nelle settimane passate. Con Vale suoneremo in sala prove ogni volta che vorrà/potrà e chissà che un giorno non si faccia una bella rimpatriata su un palco. Vi chiedo un piccolo favore: divulgate queste notizie il più possibile su newsletter, fanze, passaparola, concerti ecc. e scusate se non ho risposto a qualcuno di voi ultimamente, ma dovevamo fare chiarezza. Credo per il momento sia tutto, LA SCENA E’ VITA…a presto…Marco!!!”

[Grazie a Luca Benni per l’accesso ad un vecchio portale Geocities  riguardante gli Eversor, da lui gestito e curato sul finire degli  anni ’90, e grazie al quale siamo riusciti a recuperare moltissime  informazioni utili. http://www.oocities.org/sunsetstrip/towers/7386/default_index.html]

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