In Italia è veramente possibile vivere di musica? La risposta non è affatto banale. Spoiler: non serve esser Laura Pausini.
“Ma tu di cosa vivi?”
È una domanda che chi fa musica in Italia si sente fare spesso. A volte con curiosità, a volte con un mezzo sorriso.
La risposta, quasi sempre, è: dipende.
Dipende dal genere, dalla città, dal circuito in cui ti muovi, da quanto suoni dal vivo e – soprattutto – da quanto sei disposto a fare oltre alla musica.
I cachet: la parte più visibile (ma non sempre la più solida)
Partiamo dai live.
Per un artista emergente che suona nei club medio-piccoli, il cachet può oscillare tra i 150 e i 400 euro a serata. Se parliamo di DJ in circuiti underground, spesso si lavora a percentuale o con rimborsi spese.
Un artista che ha già un pubblico consolidato può arrivare a 800-1.500 euro per data nei contesti medi. Oltre? Si entra in un altro livello, quello dei nomi che girano nei festival o nei club strutturati.
Il punto è che le date non sono continue. Non si suona quattro volte a settimana tutto l’anno. Ci sono periodi pieni e mesi completamente vuoti.
E qui iniziano i conti veri.
Streaming: numeri alti, compensi bassi
Spotify, Apple Music, piattaforme digitali.
Lo streaming è diventato il principale canale di distribuzione, ma non è la principale fonte di reddito per la maggior parte degli artisti indipendenti.
In media, una riproduzione su Spotify genera tra 0,003 e 0,005 euro. Per fare 1.000 euro servono centinaia di migliaia di ascolti.
Chi vive solo di streaming in Italia è una minoranza molto ristretta.
Diritti d’autore: SIAE e dintorni
Per chi scrive musica, i diritti d’autore possono rappresentare una voce importante. Ma anche qui dipende dalla diffusione dei brani.
Se un pezzo passa in radio o viene suonato spesso nei live, arrivano compensi.
Se resta confinato nella scena locale, gli importi sono spesso modesti.

Vivere di musica non è una strada semplice (paynomindtous.it/)
Non è una rendita automatica. È proporzionata all’effettiva circolazione dell’opera.
Insegnamento, produzioni, lavori paralleli
Molti musicisti in Italia affiancano altre attività:
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insegnamento in scuole private o lezioni individuali
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produzione per altri artisti
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sound design
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lavori tecnici nei club
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attività completamente esterne alla musica
Non è una sconfitta. È una forma di equilibrio economico.
Perché vivere solo di performance è raro, soprattutto nell’underground.
E allora, quanto si guadagna?
Una cifra precisa non esiste.
Un artista indipendente che riesce a muoversi tra live, insegnamento e produzioni può arrivare a 1.200-2.000 euro al mese nei periodi buoni. In altri mesi molto meno.
C’è chi supera queste cifre. C’è chi resta sotto.
La differenza la fanno:
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la rete di contatti
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la continuità delle date
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la capacità di diversificare
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il posizionamento nella scena
Ma non c’è uno stipendio fisso, non c’è un contratto standard, non c’è una soglia garantita.
Il lato meno romantico
Vivere di musica significa anche:
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investire in strumenti
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pagare trasferte
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anticipare spese
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accettare compensi bassi all’inizio
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lavorare quando gli altri sono in vacanza
Non è solo palco e luci.
Eppure, chi riesce a costruire una stabilità – anche fragile – raramente torna indietro. Non per idealismo. Perché una volta che la musica diventa lavoro, è difficile immaginare di farla solo nel tempo libero.
In Italia si può vivere di musica? Sì. Ma quasi mai in modo lineare.
E quasi mai facendo una cosa sola.








